Reseñas inglesas

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Javier Marias’s game of mirrors in Madrid
MIRANDA FRANCE
Prospect, 16 February 2016
Javier Marías, Thus Bad Begins: ‘In the grip of a secret vice’, book review
ENMA TOWNSHEND
The Independent, 21 February 2016
Thus Bad Begins by Javier Marías review – ‘a demonstration of what fiction can achieve’
HARI KUNZRU
The Guardian, 26 February 2016
Javier Marías’s Thus Bad Begins: A touch of Vertigo in post-Franco Madrid
LEE LANGLEY
The Spectator, 27 February 2016
Javier Marías – Thus Bad Begins
PADDY KEHOE
RTÉ, 27 February 2016
SECRETS AND LIES: JAVIER MARÍAS
ROSEMARY GORING
Herald Scotland, 27 February 2016

‘While the Women Are Sleeping’, la película

Ecriture

‘While the Women Are Sleeping’ (‘Onna ga Nemurutoki’): Berlin Review
DEBORAH YOUNG
The Hollywood Reporter, February 15, 2016
‘While the Women Are Sleeping’: Berlin Review
KOHEI USUDA
Screen Daily, February 14, 2016
Eines Tages werde ich sie töten
JAN SCHULZ-OJALA
Der Tagesspiegel, 15 februar 2016
Berlinale 2016 – While the Women Are Sleeping, di Wayne Wang
SIMONE EMILIANI
Sentieri Selvaggi, 16 febbraio 2016
WHILE THE WOMEN ARE SLEEPING: IL LATO MORBOSO DI TAKESHI KITANO
ANTONIO CUOMO
Movieplayer, 15 febbraio 2016
Berlinale 2016: While the Women Are Sleeping
Critique Film, 15 février 2016
Berlin Film Review: ‘While the Women Are Sleeping’
MAGGIE LEE
Variety, February 16, 2016

MED Italia

‘Mientras ellas duermen’ en Berlín

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La Berlinale es una gran novela
GREGORIO BELINCHÓN
El País, 14 de febrero de 2016
El hiperrealismo iluminado según Terence Davies
LUIS MARTÍNEZ
El Mundo, 14 de febrero de 2016
Cuando el brutal Takeshi Kitano encontró a Javier Marías
JOSÉ LUIS LOSA
La Voz de Galicia, 15 de febrero de 201
Wang llevó a la Berlinale su fascinación por la mujer durmiente de Javier Marías
EFE, 14 de febrero de 2016
Wang y la mujer durmiente de Marías
Diario Vasco, 14 de febrero de 2016

While the womwn UK

‘Mientras ellas duermen’, la película

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El japonés Takeshi Kitano encarnará a un personaje de Javier Marías
El País, 21 de julio de 2015

Takeshi Kitano protagoniza una película basada en un relato de Javier Marías
Europa Press, 21 de julio de 2015

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Wayne Wang, Takeshi Kitano wrap ‘While The Women Are Sleeping’
JEAN NOH
Screen International,  july 13, 2015

Takeshi Kitano Stars as Pervert in Wayne Wang’s ‘While The Women Are Sleeping’
MARK SCHILLING
Variety, July 12, 2015

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Wayne Wang adapta a Javier Marías
Hoyesarte.com, 21 de julio de 2015

Takeshi Kitano protagonizará un relato de Javier Marías
Fotogramas, 22 de julio de 2015

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Cuento de fútbol

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La revista de cultura y ciencias sociales Ábaco ha dedicado su último número, el 76/77 de la segunda época de la publicación, al fútbol, bajo el epígrafe: “Pasión, juego y negocio”. El ejemplar incluye el relato “El equipo más dramático”, del conocido escritor y madridista Javier Marías.

Edición italiana de ‘Mientras ellas duermen’

MED Italia

MENTRE LE DONNE DORMONO
JAVIER MARÍAS
Traduzione di Valerio Nardoni
Einaudi, 2014

Figure evanescenti, ambigue – fantasmi, spie, guardie del corpo, sosia, criminali – infestano i racconti di Javier Marías, ognuno con il suo segreto, ognuno con la sua ossessione o maledizione (ammesso che, nella vita come nel suo proseguimento spettrale, sia possibile distinguere le due categorie). Ma alla fine il posto da cui tutti loro rifiutano di andare via, impossibili da cancellare, è la nostra memoria di lettori.

Un fantasma degli anni Trenta piú spaventato dei malcapitati a cui compare, un capitano dell’esercito di Napoleone durante la campagna di Russia, il protagonista de L’uomo sentimentale ritratto quando era ancora bambino, un maggiordomo bloccato in un ascensore, un caso di «doppio» a Barcellona che porterà alla rovina, un caso di «doppio» in Inghilterra che porterà all’orrore, un «ciccione schifoso» in adorante contemplazione di una donna dalla bellezza tanto ideale da apparire irreale… Sono solo alcuni dei personaggi di questi racconti scritti nell’arco di trent’anni che testimoniano un percorso narrativo in costante ascesa: superbo tessitore di romanzi, anche monumentali, Javier Marías dimostra di saper raggiungere, nello spazio di poche pagine, un grado di tensione e profondità degno dei grandi maestri della forma breve, senza rinunciare alla scrittura sensuale e meditativa che ne ha fatto uno degli scrittori contemporanei piú amati nel mondo.

JM BY NMarías prima che diventasse Marías

Non è scontato che un grande romanziere sia anche un grande autore di racconti. Nel caso di Javier Marías, però, la grandezza sembra avere a che fare solo col fatto stesso di scrivere: vale per i romanzi di sempre, vale per i saggi, vale anche per i racconti. Einaudi ha appena pubblicato la prima raccolta dello scrittore spagnolo, uscita in patria nel 1990. Si intitola Mentre le donne dormono (traduzione di Valerio Nardoni), e contiene dodici storie poco meno che perfette.

L’indagine introspettiva e psicologica è ciò che caratterizza maggiormente la narrativa di Marías, e quasi per paradosso pare che accadano più cose in questi pochi racconti che nei suoi formidabili romanzi. La cosa più impressionante, ad ogni modo, è la sua abilità nel maneggiare diversi registri, diversi ritmi e diverse profondità. Sarebbe difficile appaiare per stile e spessore due dei racconti di Mentre le donne dormono, ma allo stesso tempo esiste come uno spirito sotterraneo che fa di questi frammenti un corpo unico in grado di muoversi e comunicare da solo.

L’ossessione per la morte e per le infinite possibilità del caso, proprie del grosso dell’opera di Marías, emerge limpidamente in quest’antologia che dopotutto, cronologicamente, anticipa la maggior parte dei suoi lavori migliori. La morte, il tempo, i fantasmi, l’antitesi quasi ontologica tra Madrid e Barcellona, il tema del doppio e la forza e la fragilità delle donne: tutto, in una maniera o nell’altra, sarebbe tornato più avanti.

Molto semplicemente, leggere Marías è un piacere enorme. In questi racconti gioca coi paradossi del vivere e del morire, con le paranoie degli uomini, e naturalmente con la letteratura. Ogni volta adopera tratti diversi, come un pittore che si volesse cimentare con tutta la sua scorta di pennelli e colori per illustrare una processione di vicende fatte di rompicapi e inganni. E omaggia, in via diretta (il vorticoso e benetiano Le dimissioni di Santiesteban dedicate a Juan Benet) o indiretta (lo spettro di Zapata di Saranno nostalgie, che chiude la rassegna, potrebbe essere uscito da una storia di Gabo Márquez), e lascia sempre qualcosa in sospeso, come i grandi illusionisti sanno fare.

Mentre le donne dormono è Marías che era già Marías prima che diventasse Marías, ma questo in fondo è solo motivo di curiosità. Il valore di questi racconti appartiene appieno a essi stessi, per ciò che dicono e per come lo dicono. Un recupero doveroso, a un quarto di secolo di distanza, e di cui essere ben felici.

GIOVANNI DOZZINI

Europa, 6 Febbraio 2014

Quando le donne dormono

Javier Marias e’ uno degli scrittori contemporanei più’ amati e apprezzati dal pubblico, le sue opere sono tradotte in tutto il mondo, vincitore di prestigiosi premi letterari come il Romulo Gallegos e il Prix Femina Etranger con “Domani nella battaglia pensa a me” e nel 2011 l’italiano Premio Nonino. In questi giorni in libreria con l’editore di riferimento, ma nella collana di tascabili L’arcipelago Einaudi, la raccolta di racconti “Mentre le donne dormono” con traduzione di Valerio Nardoni, uscito in patria nel 1990 con titolo originale “Mientras ellas duermen”.

Dodici piccoli capolavori letterari che hanno il potere, allora di anticipare, oggi di confermare, le grandi doti letterarie di questo straordinario personaggio della cultura, autore di romanzi, saggi e traduttore di classici. Marías da voce a tutti i temi a lui più cari e che ben si adattano alla pur breve dimensione del racconto: l’ossessione per la morte, il caso, i fantasmi, il tragico, l’ironia, il doppio, senza comunque venir meno a una profonda indagine psicologica e introspettiva dei personaggi. Quel suo stile inconfondibile nel lasciare sempre un finale sospeso, un gioco da abile illusionista che spiazza. Omaggi, per Juan Benet ne “Le dimissioni di Santiesteban” son quelle che ogni notte affigge un fantasma in un istituto di Madrid, un enigma che nessuno è riuscito a risolvere ma che alla fine al contrario si duplicherà. “Portento, maledizione” un racconto che ha la forza di un romanzo, diviso in capitoli , dove la natura psicologica di un rapporto prevale su tutto il resto. In “Gualta” un caso di doppio, due biografie a confronto, due città a confronto Madrid e Barcellona, e tante ipotesi nel finale.

E ancora in “Mentre le donne dormono” il racconto contemporaneo di un uomo di mezza età ossessionato da una donna che ha conosciuto bambina che filma in continuazione per conservarne l’ultima immagine. Infine in “Saranno nostalgie” l’apparizione del fantasma di Emiliano Zapata con i vestiti trivellati dai colpi, durante le letture ad alta voce in casa di una vecchia signora di Veracruz, e ancora dopo la sua morte tornerà ogni mercoledì, ” forse da Chinameca, assassinato, triste e sfinito”. Sono solo alcuni di questi preziosi assaggi di una scrittura già matura e che si appresta a conquistare il favore dei lettori. Colmando un vuoto, oggi a un quarto di secolo, nel terreno accidentato del genere “racconto”.

SEBASTIANA GANGEMI

Stamp Toscana, 8 Febbraio 2014

SILLÓN DE OREJAS

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Fantástico

Las librerías comienzan a poblarse de libros “navideños”. Atalanta, como cada año, saca el suyo: una estupenda Antología universal del relato fantástico editada por Jacobo Siruela. Desde la Anthologie du fantastique (1966) de Roger Caillois, que ocupa un lugar de honor en la estantería de mi biblioteca (junto a la de Borges, Bioy y Ocampo, y los Cuentos únicos editados por Javier Marías), no tenía en mis manos una selección tan manejable (1.200 páginas en semibiblia), impecable e indiscutible, por más que en ella se aprecien los gustos muy personales de un editor tan proclive al género: si no están todos los que son, al menos son todos los que están, lo que no es poco. Bien traducidos y presentados, con un apasionado exordio en el que Siruela traza una reivindicación de la literatura fantástica en su muy variado despliegue histórico. Este año, y debido a la contracción del mercado, la competencia entre los libros de regalo será mucho más dura, pero aquí tienen mi primera sugerencia. De nada.

MANUEL RODRÍGUEZ RIVERO

El País, Babelia, 9 de noviembre de 2013

CUENTOS U

‘Las huellas dispersas’ en el Ciclo de Oxford

Las huellas dispersas

LAS HUELLAS DISPERSAS
JAVIER MARÍAS
Introducción y edición de Inés Blanca
CICLO DE OXFORD
Debols!llo, octubre de 2013

Las huellas dispersas es una colección de textos de Javier Marías relacionados con su Ciclo de Oxford. Visitan estas páginas los personajes -también sus reversos históricos- de las novelas que, hasta la fecha, lo componen. También se recorren aquí sus lugares ingleses, hasta colarse en el gabinete del autor, alguien que trabaja realidad y ficción y las convierte en literatura. Como una nueva perspectiva de sí mismo, este volumen ensancha la obra de Marías y completa la lectura de Todas las almas, Negra espalda del tiempo y Tu rostro mañana.

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CICLO DE OXFORD:
TODAS LAS ALMAS
NEGRA ESPALDA DEL TIEMPO
TU ROSTRO MAÑANA

Las huellas dispersas
JAVIER MARÍAS
Edición de Inés Blanca
Debols!llo, octubre de 2013

‘La canción de Lord Rendall’

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Antología del universal del relato fantástico
Editorial Atalanta

Esta antología recoge 55 de los mejores relatos fantásticos de los siglos XIX y XX de autores de tres continentes: E. T. A. Hoffmann, Honoré de Balzac, Alexander Pushkin, Edgar Allan Poe, Nathaniel Hawthorne, Théophile Gautier, Villiers de L’Isle-Adam, Wilkie Collins, Bulwer-Lytton, Fitz James O’Brien, Charl es Dickens, Iván Turguéniev, Sheridan Le Fanu, Vernon Lee, Guy de Maupassant, Rudyard Kipling, Arthur Machen, Ambrose Bierce, Charlotte Perkins Gilman, Margaret Oliphant, Henry James, Robert Hichens, O. Henry, M. R. James, Leonid Andréiev, Leopoldo Lugones, Hanns Heinz Ewers, Algernon Blackwood, Giovanni Papini, Junichiro Tanizaki, Oliver Onions, Saki, E. F. Benson, Gustav Meyrink, H. P. Lovecraft, Lord Dunsany, May Sinclair, Hugh Walpole, Ann Bridge, María Luisa Bombal, Jorge Luis Borges, Dino Buzzati, Francisco Tario, Alejo Carpentier, Adolfo Bioy Casares, Shirley Jackson, Rosa Chacel, Julio Cortázar, Silvina Ocampo, Robert Aickman, Paul Bowles, Danilo Kiš, Javier Marías [La canción de Lord Rendall], Cristina Fernández Cubas y Naiyer Masud.

El secreto y la clave

MI recorteEn su libro Mala índole, Javier Marías selecciona de su obra personal aquellos cuentos que le parecen aceptados y aceptables. Los que allí no figuren tendrán por mejor destino la sombra, el anonimato.

Al leer uno de esos trabajos afortunados, Lo que dijo el mayordomo, caí en una especie de paramnesia. Pero no con respecto a otro trabajo del mismo autor ni en sintonía con una trama parecida leída en otro lado.

El narrador de la historia comparte azarosamente con un mayordomo el espacio de un estrecho ascensor, por el tiempo que se reponga el suministro eléctrico que lo ponga en función de nueva cuenta.

Resulta sospechoso que un personaje de suyo recóndito, como suelen ser los mayordomos (pienso, por ejemplo, en el protagonista de Lo que resta del día de Kazuo Ishiguro) abandone su reticencia habitual y se torne lenguaraz y, para decirlo en corto, lo cuente todo, o casi.

Pero en fin, si no es de esa manera de qué otro modo nos enteraríamos de lo que relató el mayordomo. Pero no es de esa indiscreción de lo que quiero hablar.

Lo dicho puede ser, y es, interesante y por ello los invito a que acudan a ese cuento. Pero lo que inspira estas líneas es una reflexión que Javier Marías deja caer inquietantemente en su narración: “los libros que no leemos están llenos de advertencias; nunca las conoceremos, o llegarán demasiado tarde.”

TRM Alfaguara¿Le resulta familiar ese enunciado? ¿Todavía descansan, inaugurados, en su biblioteca los tomos de En busca del tiempo perdido de Proust? O, para no ir más lejos, es posible que no haya usted aún encontrado el tiempo que reclama la lectura de los tres tomos de Tu rostro mañana, del propio Marías.

Resulta sino dramático por lo menos acongojante intuir que en esas lecturas postergadas nos esperaba alguna epifanía. Y, consecuencia del aplazamiento, no sabremos jamás la importancia tremenda que esa revelación tendría en nosotros.

Aquellas palabras ignoradas ¿cambiarían nuestro destino o modificarían cierta conducta?

Al principio adelanté que la frase de Javier Marías operó, en mi memoria lectora, cierto déjà vu. Para decirlo de otro modo, al leer esa reflexión no conocí su significado: lo reconocí.

De algún modo aquellas palabras me acompañaban desde otro lugar, desde otro libro.

Aquella cavilación me remitió a un poema de José Emilio Pacheco donde el poeta nos cuenta de un libro: “Lo compré hace muchos años. Pospuse la lectura para un momento que no llegó jamás. Moriré sin haberlo leído. Y en sus páginas estaban el secreto y la clave.”

ALFREDO ARCOS

El Mañana (México), 23 de junio de 2013

‘Mala índole’ arca de cuentos y obsesiones de Javier Marías

MI LibroUna recopilación de cuentos tiene un sabor antiguo de baúl de sueños (o pesadillas) en busca de escucha, o arca de jirones de novela peregrina. A mí particularmente me remonta al Infante don Juan Manuel, cuya “Fierecilla domada”, por ejemplo, salió de sus Cuentos del conde Lucanor y, transformado por la escena de Shakespeare, llegó al cine en The Taming of the Shrewd. Ahora se trata de Javier Marías –Xavier I, Rey de Redonda- que ha reunido en un solo volumen sus dos anteriores entregas de cuentos, Mientras ellas duermen Cuando fui mortal, enriqueciéndolo con otros cuatro que estaban aún inéditos en libro. Precisamente el más largo y cinematográfico de estos últimos da título al volumen: Mala índole. Cuentos aceptados y aceptables (Alfaguara, 2012), donde me he complacido encontrando mis favoritos de antes, en los que me detendré unos instantes sin por ello aguarle la fiesta a futuros lectores de poder descubrirlos por su cuenta y hacer sus propias selecciones personales. Aclaro que los aceptables, siete de los 30 recopilados, son aquellos de los que su autor se avergüenza un poco, siendo en su mayoría de los inicios, pero no tanto como para haberlos dejado caer fuera del arca.

Todos los temas, inquietudes y obsesiones cruciales de el autor de Corazón tan blanco y del trío Tu rostro mañana salen a relucir de un modo u otro, en alguno o en varios cuentos del libro: el malentendido y hasta el peligro (cordial o mortal) a que se prestan las traducciones, por falaces o por demasiado fieles como la que pone a correr por su vida al protagonista y narrador de Mala índole, cuento con ritmo de rock in crescendo en que Marías, especialista en hacer semblanzas y minibiografías oblicuas (no hay más que recordar Miramientos y Vidas escritas), se complace en sembrar un retrato en movimiento del sonriente Elvis Presley, cuya “manía cantora” da lugar a tanto movimiento frenético durante la película que se está rodando dentro del cuento y que arranca a su traductor la siguiente reflexión: “una vida musical continua no hay quien la aguante con equilibrio, quiero decir si no se es músico”. Retrato homenaje que puede armar el lector a medida que se adentra en el cuento y del que doy un avance:

“…parecía no dar importancia a nada e incluso disfrutar el horror con su indudable capacidad de zumba. Yo no creo que estuviera satisfecho ni ufano sino que no se atrevía a defraudar con reparos o negativas a alguien tan cercano que hubiera tenido la delirante idea de turno […] Elvis Presley era amigo de sus amigos, al menos de los antiguos, tenía sentido de la lealtad y mucho orgullo […] Así dijo en inglés con la boca torcida que se le ponía a menudo y que hacía desconfiar de él a las madres de sus fans más jóvenes. Eran unos insultos un tanto escolares…”

Si el tema de la persecución está bien representado en el libro no digamos el del fantasma, que tratándose de Marías no es de esos que se entretiene en asustar a la gente sino que esgrime una conciencia errante, que ha dejado atrás el lastre de las pasiones que la nublaban en el tiempo confinante, pero no la necesidad de manifestarse literariamente, como un sombrero pintado por Magritte, que ya no tiene cabeza, pero la representa, expresando lo por ella aprendido con claridad meridiana. Es el caso de Cuando fui mortal. Tengo particular predilección por la voz del inmortal que narra este cuento y cuyo único rival en mi afición es el de la primera novela de Enrique Labrador Ruiz, El laberinto de sí mismo (La Habana, 1933), apenas conocida. Lírico lingüista el del cubano. Filósofo en pena el de Marías, porque después de muerto ya sabe todo lo que estando en el tiempo ignoraba de la realidad y de los que le quitaron la vida. Elegíacos ambos.

Tantas otras de sus obsesiones encuentran en este volumen su vehículo, a veces dos: un aceptado y otro aceptable, pero en ambos casos bienvenidos. El fantasma nostálgico de una voz de mujer que le lea sus páginas favoritas. Me refiero a No más amores y a Serán nostalgias, aceptable variación del anterior que acepto entusiasmada. De hecho, invito a su autor a que continúe obsesionado con el tema y descubra otra.

JUANA ROSA PITA

El Nuevo Herald, 8 de junio de 2013

Confidencias ocasionales

MI LibroCada uno de los cuentos de Mala índole cifra un enigma, en más de uno lo inquietante proviene de una confidencia ocasional a partir de un encuentro con un desconocido. El crimen es en algunos el desenlace; en otros, es la intención de un asesinato lo que le es confesado en forma circunstancial al narrador. La muerte no deja de ser central para el armado narrativo de los cuentos de este libro y también de las novelas de Javier Marías.

La observación de alguna escena de la vida de una pareja con sus singulares actitudes condicionadas por obsesiones o cálculos extraños y la presencia de fantasmas con la identidad que se balancea entre la vida y la muerte encuentran una buena resolución literaria en sus cuentos.

Puede resultar curioso para un lector atento encontrarse con un relato titulado “En el viaje de novios” que antecede a la excelente novela Corazón tan blanco, en el cual existe una situación que se repite en forma casi textual, en el cuento y en la novela, en un caso en Sevilla, en otro en Cuba. El cuento tiene un final abierto y en sí mismo es sugerente, no deja de todos modos de ser sorprendente que el autor lo incluya entre los cuentos elegidos siendo que luego utiliza esa situación para su novela.

Marías escribe en “Nota previa a esta edición”: he distribuido mis cuentos bajo dos epígrafes: “Cuentos aceptados”, que incluyen todos aquellos de los que aún no me avergüenzo, y “Cuentos aceptables”, con aquellos de los que sí me avergüenzo un poco pero no demasiado. Y entonces llama más la atención encontrar el mismo cuento con algunas variaciones bajo los dos epígrafes. Se trata de “No más amores” de la primera sección y “Serán nostalgias” de la segunda.

Hay que destacar algunos relatos –entre los que figuran “Mala índole” y “Sangre de lanza”– ya que son imperdibles. La mayoría de los incluidos en el libro logra captar el rasgo más sórdido de lo humano y de lo imprevisible con una gran habilidad narrativa.

El personaje del cuento que da título al libro corre el peligro de que lo maten por las palabras que ha traducido. Su función de traductor de Elvis Presley en México lo hace responsable ante los ojos de sus perseguidores de aquellos insultos ofensivos que ha dicho otra persona: “Yo había sido el mensajero, el intermediario, el verdadero emisor, el intérprete”. En el relato titulado “Lo que dijo el mayordomo”, el narrador escribe las confesiones que le hiciera su empleado cuando ambos quedaron encerrados en el ascensor. Y reflexiona acerca de la remota posibilidad de que la víctima potencial del mayordomo lea su texto y éste le sirva como advertencia. En tanto considera poco probable que así sea, escribe: “Los libros que no leemos están llenos de advertencias; nunca las conoceremos, o llegarán demasiado tarde”. Las palabras podrían no llegar ahí donde funcionasen como una advertencia, podría responsabilizarse erróneamente a un sujeto mensajero y alguien morir. Ocurre así en el devenir azaroso, entre la palabra y la acción, de los relatos de Javier Marías. No importa de cuál cuento se trate, siempre existe una tensión, algo está por suceder que sorprende al sujeto al efectuar el acto: “Los pasos que uno ve posibles a menudo acaba dándolos sin querer solamente porque son posibles y se nos han ocurrido, y así se cometen tantos actos y tantos asesinatos, a veces la idea conduce al hecho como si no pudiera sostenerse en tanto que idea tan solo”. Otro tema que apasiona al autor es el de la memoria. Están los muertos que lo recuerdan todo y los vivos cuyo presente ya es nostálgico porque está perdido. Difícil equilibrio el del vivir.

SARA COHEN

Clarín, revista Ñ, 11 de febrero de 2013

Doblemente aceptables

Mala índoleEn un volumen se reúnen todos los cuentos que escribió Javier Marías a lo largo de su vida, a excepción de los que él mismo consideró inaceptables para volver a ser publicados. Así, en Mala índole pueden hallarse tanto cuentos “aceptados” por los otros como los considerados “aceptables” por el propio autor. Lo que es indudable es que, en las dos categorías, los temas del doble y los fantasmas son predominantes en una producción que resulta descollante en el marco de la narrativa breve española contemporánea.

En uno de los relatos de este libro se menciona una de esas verdades muy sabidas pero, por pudor, muy poco expresadas: la tremenda dificultad de los españoles por aprender idiomas y, sobre todo, por pronunciar el inglés. En la misma línea de sinceridad, hay que decir también que los escritores españoles contemporáneos, salvo honrosas excepciones, tampoco se destacaron demasiado a la hora de escribir cuentos. Desde la Guerra Civil, las mejores expresiones literarias pasaron, claramente, por la poesía y la novela, relegando al cuento a historias bastante pobres, moralizantes, excesivamente sentimentales y de un convencionalismo rayano en el lugar común y el aburrimiento. En ese contexto se destaca la aparición de Mala índole, volumen que reúne casi la totalidad de los cuentos escritos por Javier Marías a lo largo de toda su vida, y que fuera nombrado hace poco mejor libro de cuentos de 2012 por los lectores de El País y también uno de los mejores libros del año pasado según La Vanguardia.

Hijo del filósofo Julián Marías, Javier es uno de los escritores más importantes de España, miembro de la Real Academia Española desde 2006 y un candidato natural a ganarse el Nobel en el futuro, a pesar de las polémicas que viene acumulando con cineastas que versionan mal sus películas, y con el mismo Jorge Herralde, a partir de lo cual decidió borrar ese premio de su biografía oficial. Javier Marías es, definitivamente, un novelista. En los últimos años, de hecho, se embarcó en esa bestia literaria que fue el megaproyecto de Tu rostro mañana, novela monumental en tres volúmenes, y la exitosa Los enamoramientos (donde una pareja enamorada que desayunaba todos los días en el mismo bar, desaparecía misteriosamente hasta obsesionar a María Dolz, la protagonista) vendió más de 150 mil ejemplares sólo en España y está empezando a romper los records de traducción.

Sin embargo, Marías es un novelista fuertemente marcado por el cuento: su llegada a la literatura coincide, en cierta forma, con la temprana muerte de su madre, quien solía leerle en su tierna infancia un cuento que nunca volvió a encontrar de adulto, ni siquiera en el mundo totalizador de Internet: “El castillo de irás y no volverás”. Y lo primero que escribió, cuando tenía sólo quince años, fue precisamente un relato.

Mala índole reúne treinta relatos divididos entre “Cuentos aceptados” y “Cuentos aceptables”. La honesta clasificación responde a que los primeros relatos aún lo enorgullecen y los segundos lo avergüenzan un poco, pero no lo suficiente como para excluirlos, como sí ocurrió con los “Cuentos inaceptables”, que no figuran en este libro, la mayoría escritos hacia 1968, tres años antes de que apareciera Los dominios del lobo, su primera novela.

Muy cerca del género del cuento inglés, y a veces del latinoamericano, pero irreconciliablemente distanciado del relato español, estas historias tratan en general de dobles y fantasmas, en toda la gama imaginable de variantes. Dobles en el sentido clásico y tradicional borgeano, o al estilo Poe, como sucede sobre todo en “Gualta”, en el que el protagonista se encuentra con Xavier de Gualta, un catalán idéntico a él, pero no sólo en lo físico, en lo gestual o la manera de pensar. Una persona idéntica incluso en lo que hace al trasfondo, en el potencial, idéntica en cada uno de los pasos, movimientos y cambios que puede provocar para dejar de parecerse a él, como dos imanes que, hasta el infinito, mientras más intentan separarse, más se juntan.

Pero, sobre todo, el aporte de Marías es que hace una síntesis de ambos temas: dobles que son fantasmas y fantasmas dobles. Eso sucede, por ejemplo, en el extraordinario “La dimisión de Santiesteban”, en el que un mediocre asalariado de un instituto se obsesiona con un misterioso fantasma que se deja oír cada noche a las 21.45 (da siete pasos primero, abre la puerta después y, por último, hace ocho pasos para regresar) y deja al otro día, de manera invariable, una carta de dimisión, de renuncia a un puesto que nunca explica ni deja claro cuál es. Cuanto más le pide su superior que olvide el asunto, Mr Lilburn más se rompe la cabeza para resolver el misterio hasta que su ansia de triunfo y venganza lo impulsa a inventar una solución perfecta.

Otra aparición fantasmagórica tiene lugar en el también extraordinario relato “El viaje de novios”, en el que una pareja pasa una noche de vacaciones en un hotel de Sevilla, atentos a un problema de salud de la mujer, hasta que desde el balcón el hombre divisa a otra mujer hermosa y enigmática que, apenas lo ve, empieza a llamarlo furiosa, a insultarlo por haber subido a su habitación y no ir a buscarla tal como habían quedado. El hecho de que el hombre nunca la haya visto antes, y la manera en que eso se advierte, otorga al relato una potencia abrumadora.

La obsesión –pariente directo de dobles y fantasmas– hace su gran aparición en “Mientras ellas duermen”, otro de los relatos destacados del libro: un hombre mayor está a tal punto prendado de la belleza de su mujer que no deja de filmarla ni un instante, incapaz de poder ver cualquier otra cosa que no sea ella. La obsesión por eternizar la belleza de su mujer también lleva a resoluciones inesperadas.

“Mala índole”, el relato que da título al libro, es casi una nouvelle protagonizada por Ruibérriz de Torres, personaje habitué de varias novelas de Marías, y da cuenta de la locura y el pánico durante el rodaje en Acapulco de una película protagonizada por un frágil Elvis Presley.

Es notable la cantidad de repeticiones, semejanzas y simetrías que hay en cada uno de los relatos del libro, como si el tema del doble también hubiera invadido la propia escritura: eso sucede, por ejemplo, en los respectivos finales de los prólogos de Marías a los dos volúmenes de cuentos publicados, hasta ahora, Mientras ellas duermen y Cuando fui mortal. Con su notable combinación de asesinos que siempre anuncian sus crímenes y narradores que amenazan con no contar lo que saben, Mala índole es una brillante y lúcida oveja negra, una rara excepción dentro del mapa del cuento español contemporáneo.

JUAN PABLO BERTAZZA

Página 12 (Radar Libros), 20 de enero de 2013

‘Mala índole’, mejor libro de cuentos del año 2012

Mala índole

La recopilación de cuentos Mala índole. Cuentos aceptados y aceptables ha sido reconocido como el mejor libro de relatos por los lectores de El País

Releer ahora los cuentos que Javier Marías ha ido publicando desde 1975 no únicamente depara un estimulante viaje hacia el mundo de sus primeras novelas sino también la sorpresa de descubrir algunas semillas sembradas en estos relatos y que después germinarían cobrando protagonismo en novelas que les sucedieron. En conjunto –y sin que ello se interprete con sentido de dependencia ni mucho menos le reste valor ni reconocimiento por sí mismos-, los cuentos constituyen una amplia y diversa puerta de entrada al singular mundo de Javier Marías, en temas y conflictos o motivos (incluida la presencia de varios personajes), así como en rasgos estrictamente formales como los modos narrativos y la polifonía discursiva que el autor ha ido modulando con el tiempo.

Buena muestra de tal juego es El espejo del mártir, soberbia pieza, mucho más dramatizada de lo que inicialmente parece, ya que sólo al final el lector descubre que el narrador es el interlocutor mudo y destinatario del discurso que un coronel dirige a un subalterno condenado a ser recluido en la isla de Bornos. Brilla ahí la impostación paródica y el difícil arte del pastiche que tan buenos ratos nos deparará en posteriores secuencias novelescas, especialmente cuando se aplica a personajes estrambóticos como el impar Ruibérriz de Torres, que aparece en Sangre de lanza y protagoniza Mala índole y retorna en su última novela, Los enamoramientos, que no es donde por primera vez confía la narración a una voz femenina, según se ha difundido, porque lo había hecho en el estupendo cuento Menos escrúpulos, en que una mujer estaba tan apurada de dinero que decide apuntarse a las pruebas para una película porno. Y disfrutamos tanto de la capacidad de tensar al máximo elementos de la intriga en cuentos que son casi una nouvelle como de la intensidad sugestiva de los microrrelatos Domingo de carne y Figuras inacabadas. Sin faltar otro elemento imprescindible del mundo narrativo de Marías: la metarreflexión o esa muestra de work in progress que es Lo que sé del mayordomo.

ANA RODRÍGUEZ  FISCHER

El País, 18 de diciembre de 2012

Votación

  • ‘Mala índole’. Javier Marías (Alfaguara) 36.36%
  • ‘Cuentos completos’. Antonio Pereira (Siruela) 21.12%
  • ‘Madrid, otoño, sábado’. Josefina Aldecoa (Alfaguara) 16.58%
  • ‘Habitaciones privadas’. Cristina Peri Rossi (Menoscuarto) 13.37%
  • ‘La cabeza en llamas’. Luis Mateo Díez (Galaxia Gutenberg) 12.57%

Territorio Marías

Winslow Homer

Winslow Homer

Hay una primera consecuencia de la decisión de publicar juntos los dos libros de cuentos que el autor había escrito, Mientras ellas duermen (1990 y 2000) y Cuando fui mortal (1996): que permite ver a Javier Marías completo. No me refiero únicamente a la idea externa de ver reunida la totalidad de sus relatos, unos aceptados sin duda por él y otros «aceptables», con alguna reserva, según anota en el prólogo. Me refiero a Marías «completo» en sentido interno, puesto que son sus cuentos los que permiten a los lectores asomarse mejor a la variedad de estilos de este escritor y saber que su paisaje literario permite ser visto desde distintas ventanas. De esa forma, los textos cumplen el designio de mostrar a un Marías humorista, socarrón hasta el límite que comparte casi solo con Eduardo Mendoza, en que lo cómico o paródico puede ser vía segura para dar en la diana de una sátira social.

Boda en Ronda

Destaca en esa vertiente su interés por los tipos o personajes como Ruibérriz de Torres, un donjuán algo patético por consabido, o MacGraw, que en «Mala índole», uno de los mejores relatos, es capaz de desarrollar ante nosotros las gracietas del ocurrente, hasta derivar en un mastuerzo desatado en bailoteos de hiriente desparpajo. O Baringo Roy, quien en una boda en Ronda suelta las confidencias con proverbial e irresponsable camaradería.

Aquel cuento, «Mala índole», que también hace un repaso satírico al mundo de las películas malas (¿hubo alguna buena?) de Elvis Presley, termina de manera sorprendentemente trágica. Cualquiera que conozca bien la obra de Marías sabe que lo cómico en sus relatos (también ocurre en sus novelas) muchas veces se halla contiguo a lo trágico y de una broma vamos pasando, casi sin solución de continuidad, a una tragedia, anidada en la sorpresa del azar o albergada en el fondo de la broma misma.

Una escena de playa

En el cuento «Mientras ellas duermen», la primera parte es cómico-satírica: una escena veraniega de playa nos presenta a un marido impertinentemente entregado a filmar una y otra vez a su bella mujer. Pues bien, esa escena morosamente descrita nada tiene que ver con el asunto clave del cuento, que percibimos a su final y que no he de desvelar, pero que contiene un gran tema de Marías: el amor y la belleza son contiguos a la muerte.

Hay otro elemento estilístico que no puede dejar de subrayarse. La evolución del género cuento entre nosotros ha ido haciendo a muchos autores alejarse de contar historias, sustituyéndolas por una estampa lírica o una gracia verbal. Lo más visible –llega a convertirse en original hoy– es que los de Javier Marías desmienten esa tendencia, ya que recuperan lo que es consustancial: contar una anécdota o historia que alberga en germen un contenido mayor.

Muchos de ellos parten de una situación jocosa, incluso forzada, como le ocurre a dos de los mejores: «Lo que dijo el mayordomo» y «Prismáticos rotos», en los que una azarosa circunstancia pone en contacto al personaje narrador con un curioso perturbado o con una acción truculenta que va a ser inevitable. Esa condición de testigo insólito, situado por azar ante una situación que se complica cada vez más, resulta muy típica en Marías, y responde a una poética implícita: detrás de aparentes nimiedades se esconden atroces posibilidades. Basta con oír y mirar. Por tal cosa, muchos de los personajes narradores de Marías son «curiosos impertinentes».

Y entre quienes pueden mirar o escuchar con privilegio mayor están los fantasmas. La situación del fantasma, que ha dado título a dos libros enteros de Marías y a su actual serie periodística, permite al autor rendir homenaje a cuentos y películas en la delicada pieza amorosa «No más amores», pero también da paso a la joya del conjunto, «Cuando fui mortal», que encierra la gran cuestión que su literatura ha visitado desde Negra espalda… a Tu rostro mañana: cómo, a diferencia del espacio, el tiempo no lo tenemos, ni podemos saberlo todo, ni nos es dado saltar el futuro.

Corazón tan blanco

Lo cual me lleva a otro estímulo para leer despacio este libro [Mala índole]: quienes sean aficionados a Javier Marías encontrarán aquí muchos de sus motivos encarnados en personajes, desde el malvado Custardoy de Veneno y sombra y adiós, presente en varios textos de diferentes época, hasta el escritor de Todas las almas, John Gawsworth, contenido en la soberbia escena ante el escaparate de una librería de viejo, en «Un epigrama de lealtad». Sin olvidar el comienzo de Corazón tan blanco, esbozado en el cuento «En el viaje de novios».

Javier Marías, por tanto, reconocible en su estilo, pero también sorprendentemente variado. La versatilidad y capacidad de dominio de distintos ritmos narrativos aquí presentes resultarán inesperados para muchos. Este magnífico libro de cuentos enseña el territorio de Marías como ningún otro libro.

J. M. POZUELO YVANCOS

Abc Cultural, 8 de diciembre de 2012

Los fantasmas de Marías

MI LibroMala índole es un cuento y es una recopilación de cuentos, un libro que recoge buena parte de los relatos de Javier Marías, “aceptados y aceptables”. Algunos son de mucho talento y de excelentes resultados; otros son de menor entidad, prometedores. Pero no interesa aquí hacer una jerarquía. Interesa captar la índole, precisamente la índole, de esas historias. En un cuento de Javier Marías no hay tiempos muertos; hay muertos, gentes a las que se evoca y nombra, incluso fantasmas evanescentes que se hacen ver. En una historia breve de Marías no hay hombres de acción, terminantes, que protagonicen la pieza; hay, por el contrario, observadores que ven mal o que simplemente ignoran, individuos que han de sobrevivir, que han de conjeturar qué ocurre, que han de aventurarse sin saber gran cosa. En sus cuentos suele haber personajes melindrosos, con refinamientos y con miramientos, y suele haber tipos que se les oponen: rudos, pendencieros, despóticos.

En los relatos de Marías, la muerte es habitualmente el motivo explícito: qué hacer, cómo seguir cuando hemos perdido a quienes nos acompañaban. Los fallecidos son recordados en un mundo que continúa, como continúan las pertenencias que fueron suyas y que aún los hacen presentes. Pero los muertos son frecuentemente fantasmas, entes que condicionan la existencia de los vivos, que se materializan.

Es por eso por lo que en Marías la verosimilitud es el objetivo narrativo principal. Hacer creíble lo que es una fantasía o un malentendido. La vida está llena de ellos: de fantasías y malentendidos, de cosas que vemos mal o que creemos ver y de cosas que apenas entendemos o que creemos entender. Por eso, sus relatos están narrados generalmente en primera persona. Hay un yo que observa, que protagoniza malamente unos hechos y que luego, habiendo sobrevivido, nos lo cuenta.

Por ejemplo, la historia que da título a la recopilación: “Mala índole” (1996). Aquello que se narra es la confesión de un traductor y preceptor de español ocasionalmente contratado para asesorar en fonética castellana a Elvis Presley durante el rodaje de Fun in Acapulco (1963). Increíble. Por si lo anterior fuera poco, ese profesor acaba matando a un gángster mexicano con un pico, exactamente con un pico. Sorprende la localización y sorprende que cosas así pasen. Pero pasan y luego se cuentan.

Cuando un hecho sorprendente ocurre —y la realidad nos aturde con acontecimientos asombrosos—, el escritor ha de creérselo con el fin de desplegar todas sus habilidades literarias. Para ello se vale de narradores fantasiosos, de mucho alarde. En 1963, Ruibérriz de Torres —el relator del cuento “Mala índole”— es joven: tiene 22 años. Es patoso y es atolondrado. Años después, cuando el personaje reaparezca en Mañana en la batalla piensa en mí y en Los enamoramientos será un individuo egocéntrico y relamido. Un conquistador. Sospechamos que se quita años. Y sospechamos que es un tipo nada fiable: un fantasma, un presuntuoso, un guasón.

La guasa es un elemento principal en los relatos de Marías: siempre hay algo de zumba en lo que se narra, aunque el episodio sea dramático o el fantasma pulule; y eso hace que sus cuentos carezcan de grandilocuencia o énfasis innecesarios. Uno tiene siempre la impresión de levedad. Por eso a Marías se le lee y se le relee para captar la ligereza, la velocidad de la vida, tan fantasmagórica: esa que se difumina y cuenta.

JUSTO SERNA

Mercurio, n. 146, diciembre de 2012

Las lecturas de Javier Marías

Foto. Fede Serra

Su estilo sobrio y magnético le convierte en uno de las grandes de nuestra literatura contemporánea. Ahora selecciona sus mejores relatos en Mala índole (Alfaguara)


“Nada es nunca seguro, pero, dado lo poco que he frecuentado el noble arte del cuento en los últimos años, es posible que ya no escriba más y que lo que aquí se ofrece acabe siendo la totalidad aceptada y aceptable de mi contribución al género”, afirma Ma­rías. Al hilo de esta recopilación, el escritor nos habla de los libros que le han acompañado siempre


TRISTRAM SHANDY
Laurence Sterne

“Lo traduje al español a los veintitantos años. Pero es que además es una novela del siglo XVIII que parece es­crita ayer mismo, o incluso mañana. Ingeniosa, atrevida, siempre chispeante, denota que la escribió un hombre encantador, con el que uno habría querido irse a cenar”.

DON QUIJOTE DE LA MANCHA
Miguel de Cervantes

“Mucha gente está harta de este libro porque cree ha­berlo leído y por lo mucho que se ha manoseado a sus personajes… fuera del libro. Cuando uno lo lee de veras y hasta el final (la segunda parte es aún mejor que la primera), descubre algo ex­traordinario, triste y divertido, profundo y, sobre to­do -eso es lo más asombroso- siempre nuevo”.


EL ESPEJO DEL MAR
Joseph Conrad

“De nuevo influye mi biogra­fía: también esta obra la tra­duje yo hace muchos años. Para disfrutarla, es mejor que a uno le guste o le interese el mar, porque se trata de una serie de ensayos sobre eso, el mar. No hay prosa más her­mosa en la historia de la lite­ratura, y lo digo a riesgo de que mi versión no estu­viera a la altura. Pero espero que si …”.


CASA DESOLADA
Charles Dickens

“Este año, en el bicentenario de su nacimiento, es espe­cialmente adecuado para leer a Dickens sin sentirse un an­ticuado. Sus novelas nunca han pasado de moda, con su enorme capacidad inventiva, sus personajes hipnotizado­res y sus tramas complejas: a punto de incurrir constantemente en la inverosimili­tud, jamás cae en ella. Si alguien desea una obra más corta, recomiendo Historia de dos ciudades “.

LOLlTA
Vladimir Nabokov

“Aunque causara escándalo en su época (y aún más ha­bría causado si se hubiera publicado en nuestros gaz­moños días por primera vez), es una de las más grandes historias de amor. Su narra­dor, Humbert Humbert, es a la vez uno de los personajes más despreciables y conmo­vedores de la literatura”.

El GATOPARDO
Giuseppe Tomasi di Lampedusa

“Se trata de la única novela que escribió el autor (y que ni siquiera llegó a ver publicada), sin pretensiones, sin querer ser original, sólo por el convencimiento de que si un primo suyo había publi­cado un libro, él podía hacer lo mismo, puesto que era “matemáticamente me­nos tonto”. De esta manera le salió una de las me­jores novelas del siglo XX, a mi parecer, lo cual de­muestra lo lejos que se puede llegar sin pretensio­nes ni ansias de originalidad”.

C. SUÁREZ

Telva, noviembre de 2012

Nueva reseña de ‘Mala índole’

Por unos motivos u otros, Javier Marías viene siendo noticia desde hace semanas. El suceso más controvertido, lógicamente, ha sido su negativa a aceptar el Premio Nacional de Literatura por su novela Los enamoramientos. Significativamente, antes había aceptado de buena gana el premio que los lectores de Babelia le habían concedido por considerar que esa misma novela había sido la mejor de las publicadas en 2011. El premio oficial en cambio lo ha rechazado alegando que hubiese sido una “sinvergonzonería” embolsarse los honores públicos y los 20.000 euros que conllevan dichos honores. Aunque aceptar un reconocimiento “privado” como el que supone la votación de los lectores de una publicación y rechazar otro “oficial”, siempre susceptible de manipulación política, parece en principio una postura bastante coherente, no han faltado quienes han considerado que lo sinvergüenza era ponerse digno y no aceptar el premio.

Otra de las razones por las que Javier Marías está siendo noticia, esta vez por razones estrictamente literarias, es la aparición de dos volúmenes de recopilaciones, en ambos casos publicados por Alfaguara. Uno de ellos es Vidas escritas, aquel estupendo libro publicado en los años noventa y en el que se hablaba con desenfado de las manías, fobias, aficiones y rarezas de gente como Conrad, Faulkner, Nabokov, Lampedusa y demás figuras literarias de primer orden, tratadas con evidente cariño pero también en una actitud claramente desmitificadora. Quien se lo perdió entonces tiene ahora una ocasión de rectificar su error.

Por último, aunque literariamente sea lo más ambicioso, está la recopilación casi completa de los cuentos que Javier Marías ha venido escribiendo a lo largo de sus 30 o 40 años de carrera. El volumen lleva por título Mala índole, un relato que el propio Marías considera “el más largo y acaso el más logrado” de sus piezas breves. El subtítulo es engañoso: Cuentos aceptados y aceptables. En principio, podría tratarse de una nueva categorización por géneros, ya que, en palabras del autor, los primeros son aquellos relatos “de los que aún no se avergüenza”, mientras que los segundos son “aquellos de los que sí me avergüenzo un poco, pero no demasiado”. Sin embargo, no hay que dejarse ofuscar por esta terminología algo engañosa, y creo innecesario resaltar ese guiño de complicidad que es el “aún” incluido en la apreciación de la primera categorización. Aceptados o aceptables, el autor los considera “las mejores piezas cortas de ficción” que ha escrito. El primer epígrafe incluye 23 relatos y el segundo otros 7 más. La mayor parte de ellos estaban incluidos en dos volúmenes titulados “Mientras ellas duermen” y “Cuando fui mortal”. Pero los hay, como el que da título al libro aunque también otros, que eran muy difíciles de encontrar.

Por descontado que los lectores asiduos se van a encontrar con viejos conocidos y situaciones que les resultarán muy próximas. Pero sobre todo van a poder disfrutar de la habilidad de Javier Marías para crear un universo de fantasmas, asesinos, obsesos, mujeres peligrosas, situaciones equívocas o encuentros imposibles siempre a partir de la más próxima y reconocible cotidianidad. El narrador desde luego, pero también gran parte de los personajes y las situaciones descritas empiezan siendo perfectamente normales: un tipo que va al hipódromo a pasar el rato, otro que mira la calle desde la ventana de un hotel, el que se sube a un ascensor como hacen tantos millones de personas todos los días. Lo que pasa es que, tras esa primera capa de normalidad cotidiana, hay un universo que bulle de contradicciones, anhelos, deseos inconfesables y desenlaces inesperados. Por ejemplo ese tipo que está en la playa con su mujer y que por no querer sufrir una mezcla tan insoportable como es la arena y las lentillas no ve nada de cuanto le rodea y está obligado a depender de las descripciones que le hace su mujer. Hasta que, intrigado por algo que ella le dice, y siguiendo su consejo, se vale de un sombrero de paja a través de cuyas rendijas verá por si mismo aquello que llama su atención y que por descontado acabará siendo inesperado, intrigante y hasta terrorífico. Porque incluso así, aunque la relación con el mundo sea mediante un vínculo tan extravagante y poco práctico como es un sombrero de paja (un oftalmólogo lo explicaría diciendo que al forzar la vista para ver a través de las rendijas de la paja el ojo miope recupera por un instante la visión normal) el mundo te alcanza igual y te ves tan implicado en la vida como quien se siente protagonista de la misma y pretende estar siempre en primera línea o cree ser quien maneja las riendas. Pero basta con que el ascensor se detenga sin motivo para que todo cambie, quizá de forma decisiva.

JAVIER FERNÁNDEZ DE CASTRO

El Boomeran(g), 6 de noviembre de 2012

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