‘Gli innamoramenti’

LE it grande

Javier Marías. Gli innamoramenti

Nelle nostre mani non è mai la conclusione di nulla, e benché non possiamo ammetterlo siamo destinati a soggiacere alla “orribile forza del presente”. Cinismo e pietà, pessimismo e passioni si mescolano nella metafisica noir di uno dei più grandi scrittori viventi

“Sono entrambi convinti/che un sentimento improvviso li unì./ È bella una tale certezza/ ma l’incertezza è più bella.” L’incipit di Amore a prima vista di Wislawa Szymborska riassume dolcemente la mitopoiesi del “male d’amore”, feroce deus ex machina de Gli innamoramenti, il nuovo romanzo in cui Javier Marías riversa impetuosamente il suo sopraffino mestiere di scrittore. Romanzo atipico nello stile come lo fu la folgorante Trilogia sentimentale e poi via via tutti gli altri. Qui ancora di più perché narrato con voce di donna (dal nome forse non casuale: María).

Romanzo di pensieri che come tessere del domino s’incastrano a (ri)proporre una storia o una visione o un intreccio complesso, nelle sue infinite varianti. Gli innamoramenti sono il contagio della nostra specie. Si nutrono di desiderio, si potenziano nell’attesa. Non ancora amore, non sempre amore, quasi mai amore. Quasi sempre ossessione. Questioni di vita e di morte. Come frutto di un’unica voce chiara e suadente, ripetitiva e insistente, colta, distaccata e perfino melliflua, Gli innamoramenti cattura nella rete del suo stream of consciousness. Afferra, scuote e confonde i pensieri nel flusso e poi te li ripresenta rovesciati come spuma dopo una mareggiata.

Di se stessi i pensieri conservano il ritmo, a volte un umore, ma la risacca li ha mutati in qualcos’altro. E da lì la voce ricomincia, il pensiero sale sull’ottovolante, curva a gomito verso una digressione poi piomba nel sottosuolo come una talpa furiosa a scavare nelle oscure stanze del rimosso, a scandagliare il regno degli affetti ben oltre l’orlo di ciò che saremmo disposti a sopportare. Avvolgente, freddo, traslucido. Finché con violenza cozza col suo oggetto: la passione.

Suggerire l’indicibile con purezza stilistica e formale. Rendere l’incertezza e il dubbio letterariamente sublimi, anche se umanamente contigui all’abiezione. Javier Marías usa il diabolico trucco di far sembrare il suo romanzo frammento di vita vera, malgrado gli eventi siano niente più che sagome nebulose. Gli innamoramenti è una seduta psicanalitica osservata dietro uno specchio, in cui sembra di sentire l’ascesa dei pensieri allo strato della coscienza. Ben presto non importa più se le premesse di ciò che è accaduto appaiano vere o nemmeno verosimili.

Marías risveglia “l’umanità eterna che dorme nel profondo del nostro seno spirituale” (Miguel De Unamuno). La percezione di leggere un romanzo pian piano svanisce, finisci per chiederti se potresti pensare anche tu quei pensieri, a illuderti di averli forse pensati. Ci sono caduto mentre riempivo pagine di appunti che ora non mi serviranno a niente. Perché appunto era un romanzo. E perché niente è come sembra nella bolla vischiosa di ogni innamoramento, padrone che non si piega e tantomeno si spiega.

L’innamoramento, dice non dicendolo Marías, continuerà a manifestarsi imprevedibilmente come motore di tutto, flatus vitae da cui la vita stessa nella sua pienezza dipende. Non l’amore assoluto dei giovani, non l’amor materno o filiale o quello quotidiano dei vecchi, non l’amicizia fra due uomini che dura dall’infanzia. Quell’innamoramento dio oscuro che non conosce giustizia e ingiustizia, che approfitta di una falsa e momentanea invulnerabilità per piegare ogni morale alle proprie fantasie incorporative. Delittuoso incestuoso cinico e usurpatore.

E poi? Una volta raggiunto il suo scopo? Il prolungarsi altera tutto. Le implicazioni legate al passare del tempo sono vivisezionate nel romanzo come in un’autopsia il cui responso è il più tetro dai tempi di Leopardi: ciò che dura si sciupa e finisce per marcire, e “le uniche persone che non ci vengono meno sono quelle che ci sono strappate”. Gli interrogativi si moltiplicano con il procedere delle rivelazioni. La verità si fa sfuggente, e allora perché cercarla, che non sarà bella da guardare in faccia. Intanto il tempo continua il suo lavoro sporco e surrettizio, ci assicura che tutto va avanti come ieri, ci stordisce d’abitudini finché arriva un giorno strano, impensabile. E “niente è com’era sempre stato”.

Pericoloso come un suono che ti rapisce dalle ore normali, questo libro è un lungo sospiro a immaginarci capaci di ogni nefandezza. In nome dell’amore, o più probabilmente del suo servo momentaneo e folle, l’innamoramento. “Sì traviato è ‘l folle mi’ desio/ a seguitar costei che ‘n fuga è volta”: Francesco Petrarca fu l’arte di dire tutto in un verso, Javier Marías è il coraggio di dire anche i pensieri non detti. I pensieri impuri.

MICHELE LAURO

Panorama, 28 gennaio 2013

L’umano assoluto di Don Chisciotte

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Davvero moltissimi sono gli spunti suggeriti da questa edizione e dal lavoro di Rico. Ma c’è una bizzarra possibilità di incontrare Rico, in questi giorni, in un altro libro, da poco uscito presso Einaudi, il bellissimo romanzo di Javier Marias, Gli innamoramenti: qui è Marías dà voce in prima persona ad un personaggio femminile, che si imbatte in Francisco Rico (proprio lui, col suo nome e cognome, con la sua sapienza, i suoi modi, il suo linguaggio di accademico atipico, poco formale), incontrandolo nel salotto di Luisa, vedova del personaggio intorno alla cui morte ruota la vicenda. E l’autore, tra l’inquieto interrogare su cui si sviluppa il romanzo, si diverte maliziosamente a dare una caricatura del grande studioso, della sua esclusiva passione per la letteratura del siglo de oro, della sua scarsa attenzione a tutto ciò che fuoriesce dal proprio universo.

Conosco di persona Rico, ben noto nel mondo universitario italiano, e non mi so decidere se la caricatura di Marías sia malevola o benevola: sono certo però che Gli innamoramenti sia un formidabile romanzo, uno di quelli che ancora stanno, così «da dopo» sulla scia di quel grande inizio che è Don Chisciotte, che sanno interrogare la contraddittorietà dell’esperienza nei termini del nostro presente; e forse proprio per questo non lo troviamo nelle classifiche, in mezzo a tanta narrativa vuota, trascritta da modelli di vita già fissati dall’apparenza mediatica.

Rispetto a questo orizzonte attuale, ci sarebbe qualche vantaggio ad avvicinarsi ancora e di più al Don Chisciotte: e davvero quella di Rico, a tutt’oggi la sola edizione italiana veramente completa, meriterebbe di sostare in permanenza su tanti tavoli, anche solo per occasioni casuali di lettura o rilettura di qualche capitolo (e non farà male, anche per il lettore poco esperto di spagnolo, qualche sguardo all’originale).

GIULIO FERRONI

L’Unità, 29 gennaio 2013