Marías: di cosa è capace l’amore

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In un caffè del centro di Madrid la giovane editor María osserva ogni mattina Luisa e Miguel che fanno colazione. Non sa nulla di loro, ma quando l’uomo viene assassinato María si trova suo malgrado proiettata nell’intrico di persone, frequentazioni e segreti legati alla coppia. Ed è proprio questa improvvisa intromissione nella vita altrui che mette in moto Gli innamoramenti di Javier Marías, appena pubblicato da Einaudi nella traduzione di Glauco Felici. Autore di alcuni importanti romanzi come Tutte le anime e Domani nella battaglia pensa a me, lo scrittore spagnolo porta in questo libro un mondo dove sentimenti e debolezze dell’uomo hanno un ruolo di primo piano. Per parlarne di persona, Javier Marías si presenta all’intervista con i suoi sessant’anni ben portati, completo blu e gentilezza molto ciarliera.

Dopo aver sempre scelto il punto di vista maschile ora la voce narrante del suo nuovo romanzo Gli innamoramenti è una donna, María Dolz. Perché?

«Sono abituato a raccontare in prima persona dal 1986 ormai, da L’uomo sentimentale, mi ci trovo mio agio. E questa storia non si poteva raccontare dal punto di vista maschile, sarebbe stata poco credibile la vicenda che accade alla protagonista María Dolz. Poi però c’è un’altra ragione per la voce narrante femminile. La donna che osserva ogni giorno una coppia sconosciuta in un bar, e poi scopre dopo settimane dalla scomparsa dell’uomo che questi è stato ucciso in modo gratuito e inesplicabile, è una donna vera, una mia amica che ha davvero vissuto quella situazione. In qualche modo ho voluto portare la sua voce nel mio romanzo. E comunque, alla fine penso che scrivere significhi osservare e raccontare. Un uomo e una donna non lo fanno in modo così diverso».

Come già nel suo romanzo più famoso, Domani nella battaglia pensa a me, e anche In un cuore così bianco, la storia di Gli Innamoramenti prende le mosse da una morte improvvisa nelle prime righe…

«Si tratta di tre morti diverse. Una è una morte accidentale, l’altra un suicidio, la terza un omicidio. In questo caso mi serviva per raccontare la storia di una donna che si innamora di un uomo che sarà causa della sua disgrazia. È questo il vero nucleo del romanzo, anche se improvviso molto nella scrittura, e alla fine spero sempre che tutte le cose che ho scritto si incastrino bene tra di loro».

In questo suo ultimo romanzo, spesso i personaggi pensano pensieri di altri personaggi, gli attribuiscono sentimenti che provano per sé stessi. Come mai ha usato questa tecnica letteraria così particolare?

«Volevo che i personaggi facessero ciò che fanno, o almeno dovrebbero fare sempre, i romanzieri: immedesimarsi nella testa di qualcun altro. È per questo che alla fine i narratori dei miei libri si assomigliano tra loro. Assomigliano a me. Sono tutti dubitativi, riflessivi, pensano sempre cosa avrebbe potuto succedere se… D’altronde, accadeva già a Flaubert, quando diceva Emma Bovary sono io ».

In Gli innamoramenti c’è tutta la sua scrittura torrenziale, ipnotica, radicalmente lontana dalla scrittura americana, molto cinematografica, che va per la maggiore oggi. Da dove nasce?

«In effetti non amo la letteratura americana contemporanea, sebbene in Spagna e credo anche qui in Italia, sia oggetto di una vera e propria devozione da parte della critica. La mia scrittura nasce dalle mie letture, dagli autori che amo di più: Henry James, Conrad, Proust, Shakespeare ovviamente. È una tradizione letteraria quasi perduta, quella che potremmo chiamare del pensiero letterario , che non significa riflettere sulla letteratura o i libri, ma pensare letterariamente sulle cose del mondo. Il pensiero letterario è diverso da quello filosofico o scientifico, è una forma a sé che ha il vantaggio di non dover dimostrare le sue affermazioni. Può essere contradditoria, ma deve riuscire a impressionare il lettore con un’affermazione fulminante, che appena uno la legge pensa: sì, è davvero così».

Nel romanzo c’è un’efficace descrizione degli scrittori. «Sono gente strana, la maggior parte. Si alzano come sono andati a dormire, pensando alle loro cose immaginarie che tuttavia li tengono impegnati per così tanto tempo». È così anche lei?

«Cerco di allontanarmi dalla macchina da scrivere che ancora uso e fare una vita normale, incontrare gli amici, vedermi una partita di calcio. Ma è vero che mentre si scrive un romanzo, qualsiasi cosa si faccia, nel sottofondo della mente anche se non in modo ossessivo, c’è sempre il romanzo che pulsa. E poi, come dice in altro passo del romanzo la protagonista María, che lavora in una casa editrice, pensare che uno la mattina si alzi e si metta a scrivere senza neanche sapere che cosa verrà fuori dal suo scrivere, e nemmeno se quel romanzo sarà letto o pubblicato, è indubbiamente un po’ folle. Sotto questo punto di vista, sono consapevole di essere uno scrittore fortunato. Ho pubblicato il primo libro a vent’anni».

Perché, poco più di un mese fa, ha rifiutato il prestigioso Premio Nazionale della Narrativa Spagnola proprio per Gli innamoramenti?

«Sono contrario alle politiche culturali del mio paese, e da molti anni ho deciso di non avere nulla a che fare con le istituzioni spagnole. E non dipende dal fatto che oggi al governo ci sia il Partito Popolare di Rajoy, quanto più, ad esempio, che nel budget del Ministero della Cultura di quest’anno non ci sia neanche un euro per le acquisizioni di libri da parte delle biblioteche pubbliche».

Gli anni successivi alla dittatura di Franco hanno partorito una «nazionale» di scrittori spagnoli che può contare su di lei, Enrique Vila- Matas, Javier Cercas, più «l’oriundo» scomparso Roberto Bolaño e altri, che è probabilmente la migliore d’Europa. Pensa possa nascere un fenomeno del genere anche dalla crisi economica spagnola di questi giorni?

«Questa nazionale comprende scrittori abbastanza diversi tra loro. Ad esempio non sento vicino a me la letteratura che fa Cercas, anche se ho più di un legame con quella di Vila-Matas. E poi penso che forse le difficoltà dell’economia, gli accidenti della storia, non abbiano molto a che fare con la qualità letteraria di una generazione. Ma vedremo in futuro cosà verrà fuori da questa Spagna di oggi. Un paese triste, che nessuno negli anni 80, durante l’esplosione creativa post franchista, sarebbe riuscito a immaginare. Se l’anno scorso l’elezione di Rajoy alla guida del governo per molti era stata una mossa, magari disperata, per cambiare, combattere la ferocia della crisi economica, oggi, a distanza di un anno, in Spagna c’è solo rassegnazione».

SILVIO BERNELLI TORINO

L’Unità, 4 dicembre 2012