Javier Marías e la legge del desiderio

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Le sigarette di Javier Marías stanno distese una accanto all’altra, trattenute dieci a destra e dieci a sinistra da un elastico piatto, ordinate nei due lati di un portasigarette laccato di rosso, bello, antico. Sono sigarette tedesche molto leggere fabbricate dalla ditta Reemtsma. Estrae una sigaretta dal suo letto d’argento, la fuma. Non si può fare a meno di pensare, ogni volta che ne sfila una, al gesto preliminare, forse mattutino, di certo quotidiano: quello di toglierle dal pacchetto e allinearle lì sotto l’elastico, con metodo. Al tabaccaio che deve averne una riserva solo per lui, nella rivendita sotto casa nel cuore di Madrid.

Le sue Reemtsma, don Javier, buona giornata. Lascia immaginare, il portasigarette rosso, una libreria di volumi altrettanto ordinati in una casa docile alle abitudini del suo proprietario. Niente animali domestici, niente computer. Niente telefoni cellulari, niente auto nel garage. Solo una macchina da scrivere, un fax. I volumi in inglese nella parete dei libri inglesi, la collezione dei soldatini di piombo allineata davanti. Molti di Crimea, “i più belli”. L’acqua di colonia nel bagno. La buona musica, accanto alla tv lo scaffale dei film. L’uomo che uccise Liberty Wallance tra tutti il preferito.

Nessun intruso. Nessuna donna. E però è con un lampo di ironia che dice “è stato per caso che non mi sono mai propriamente sposato”. Propriamente nel senso che non c’è stata la certificazione, un accidente del destino: “Una volta una mia morosa era già sposata e a quel tempo non c’era il divorzio, in Spagna. Un’altra volta lei era americana e c’era la distanza, anzi due: le americane sono state due. Una volta era italiana, ed era lei ad essere incerta sul mio conto”. Gli occhi già lunghi si allungano nel sorriso. E’ un elenco che parla di treni troppo lenti, di disincontri e contrattempi. Nel suo italiano perfetto e letterario il termine “morosa” dice qualcosa del suo amore italiano, è stata certo lei a consegnargli il vocabolo perché  -dice infatti- “l’unico modo per imparare una lingua senza studiarla è avere un amore”. L’italiano l’ha imparato così.

Gli innamoramenti (Einaudi), s’intitola il suo ultimo romanzo. Un uso vertiginoso della lingua, un’ipnosi ad andamento lento. Un’anatomia del sentimento amoroso implacabile: come vedere un film al rallenty, con un fotogramma che si insinua nell’altro. È una donna che guarda. Dalla finestra sul cortile, osserva e racconta.

“Ma davvero dunque vuole parlare d’amore, di me e dell’amore?”, domanda e sfila un’altra sigaretta dal suo letto.

Davvero. Potrebbe mettere in ordine gerarchico gli amori della sua vita? Amori di ogni genere: persone e cose.
“Persone più di ogni cosa, senza dubbio. Persone, e certo donne al primo posto. Poi le persone in generale. Mio padre, mio fratello. Le persone che abbiamo amato, quelle rispetto alle quali abbiamo avuto la sensazione di non poter vivere senza. Poi si vive senza, certo. Ma dopo. Al secondo posto un tempo avrei messo la lettura, oggi non più. Ricordo di aver sentito mio padre dire: più divento vecchio meno leggo. Allora non capivo, ora sì. Leggo meno anche io, dopo aver letto così tanto. Poi il cinema, certamente. Ci sono film che non smetterei mai di rivedere. Liberty Wallance, Sentieri selvaggi. Poi il calcio, anche se sempre di meno a causa di questo Mourinho: una figura detestabile, se ne andrà presto spero. Poi l’amicizia, che come diceva Oscar Wilde è più tragica dell’amore perché dura più tempo. Certo è che la ricompensa che ti dà l’amore è più forte”.

L’amore, o l’innamoramento? Quest’ultimo, lei scrive, produce debolezza: ho un debole, si dice. Rende vulnerabili.
“L’innamoramento è una condizione che non tutte le lingue certificano. In italiano e in spagnolo sì, c’è una parola per dirlo, ma in altri idiomi servono perifrasi. Cadere, essere in. Come fosse un transito o un accidente. E’ certo molto faticoso, quanto inevitabile, innamorarsi. Prevede un grado di audacia e di insensatezza che con l’età, direi più con l’esperienza, si tende ad evitare. Questo perché ci si impigrisce. Si scansa la fatica. Tuttavia io stesso vedo con certezza che le uniche stagioni della vita che abbiano qualche interesse, a posteriori, sono quelle: le storie d’amore molto appassionate, complicate, intense, quelle che portano con sé grandi sofferenze e momenti stupendi. Quello è l’apice dell’esistenza, senza dubbio”.

Perché dice “a posteriori”? C’è un’età per innamorarsi?
“No, non direi. E’ più o meno sempre lo stesso, dai 7 anni in poi. Solo che purtroppo col tempo si diventa più prudenti e, credendo di preservarsi, si evita la pena. Con la fatica e con la pena anche la meraviglia, va da sé”.

A lei quante volte è successo?
“Quante volte sono stato innamorato? Difficile dirlo, capita di credere di esserlo, durante, e poi non lo si era o al contrario capita di ostinarsi a pensare che no, non lo si è, e invece bisogna infine arrendersi. Diciamo quattro comunque: quattro volte, almeno. Sono state e sono tuttora sempre relazioni a distanza, senza vera convivenza. Per cause di forza maggiore, dico a me stesso, però poi in verità chissà se volendo non avrei potuto… E’ probabile che mi trovi meglio così. Che la chiave del desiderio sia la distanza. In questo senso la raccomando. Con le donne che ho amato ho conservato quasi sempre una grandissima amicizia, anche questo non è consueto. Alcune sono diventate amiche tra loro”.

E questo non la spaventa?
“No  – ride –  no, no. Non temo possano farmi del male, neppure se in coalizione. Le donne che ho amato hanno avuto tutte tre caratteristiche: ridevano molto, erano buone persone ed erano molto intelligenti. Non necessariamente in quest’ordine, ma sempre tutte e tre le cose. Persone molto interessanti, persone che restano”.

È la prima volta, in questo romanzo, che assume un punto di vista femminile.
“Sì, sono abituato a scrivere in prima persona e qui lo sguardo doveva essere quello di una donna: solo una donna può osservare in quel modo la felicità di una coppia. È così che inizia la storia, una donna che guarda una coppia. Le prime trenta pagine sono il racconto di una vicenda reale. Volevo raccontare di una donna che resta con un uomo che le ha causato una grande disgrazia. Una donna che infligge a quell’uomo la punizione di restargli accanto. Poi, invece, il racconto è andato altrove”.

Sembra più interessato al tema della morte che a quello dell’amore, il racconto.
“È possibile. O comunque ugualmente interessato. L’idea che si possa fare a meno di qualcuno che ci appare indispensabile, e amare oltre, andare oltre. Prendo in prestito un romanzo di Balzac, per dirlo. Ma anche I tre moschettieri, il titolo viene da lì. Mi incanta Dumas. Certo Shakespeare. Certo Cervantes. La letteratura, vede, è fatta da individui. La letteratura sono uomini. Cervantes è spagnolo, eppure è il meno spagnolo degli scrittori: è Cervantes. Rileggendo, che è quello che ormai faccio, trovo nei grandi scrittori di ogni tempo e di ogni luogo i medesimi cardini. Proust lo dice con ferocia: capita che a uno non importi più niente della persona per la quale viveva. Balzac con serietà, Shakespeare con il consueto mistero. Cos’è il tempo. Hereafter, cos’è. In definitiva, penso adesso a quest’altezza della vita, si tratta di presenza e di assenza. Di amore e di morte, solo questo. Con l’ironia che serve a dire quel che non si può davvero indicare. Noi spagnoli abbiamo qualche difficoltà, ci manca la vostra grazia italiana. La risata che incanta e che innamora. La risata che ci rende deboli e ci appassiona, che capisce e che dimentica senza negare. Innamorarsi è questo. Una magnifica vulnerabilità del corpo, una speciale capienza dell’anima. Ricordo di una volta in cui presi un aereo dall’America per venire proprio in Italia, insensatamente, sapientemente, per passare una notte a convincere una donna del mio amore per lei, e lei del suo per me. Ricordo che mi trovai alle sei di mattina per strada, c’era un altro che arrivava e non potevo occupare quel posto. Ricordo me stesso con la valigia, per strada, all’alba. Non è possibile descrivere quella pienezza, quella assoluta inevitabile assurdità. Eppure, ancora oggi, la memoria di quel momento non mi abbandona”.

CONCITA DE GREGORIO

La Repubblica,10 dicembre 2012