Marías: «Solo quando scrivo romanzi sono davvero sincero»

Javier Marías, 59 anni, sarà domani a Percoto (Udine) per ricevere il premio Internazionale Nonino, giunto alla 36ª edizione

Javier Marías è uno scrittore del «se». «Se quella notte mi avessero domandato come avrei reagito di fronte a un uomo che avesse tirato fuori una spada in un gabinetto pubblico…» dice nell’ultimo volume della trilogia Il tuo volto domani il protagonista-narratore Jaime Deza, e non sa darsi una risposta. La risposta è il romanzo, una cascata sintattica che diventa corpo a corpo con il tempo. È anche uno scrittore «difficile», per via delle sue lunghe frasi, del respiro ampio della scrittura. Ed è amatissimo dal pubblico dei lettori, in Italia almeno da quando Domani nella battaglia pensa a me (titolo shakespeariano proprio come Il tuo volto domani) lo ha lanciato nel ’98 anche come autore di grande successo. Domani riceve a Percoto il premio Nonino. Glielo consegnerà Claudio Magris. Nella motivazione gli si riconosce il merito di aver «indagato il rapporto tra la vita e la verità, il bene e il male della verità stessa e la drammatica difficoltà di convivere con essa, di scoprirla o di ignorarla». Marías è anche un intellettuale che non si sottrae alla discussione sui giornali. Fortemente critico verso il suo Paese, la Spagna, e in generale verso la situazione europea. Ma tiene a una distinzione che in un libro-intervista aveva definito così: «Quando scrivo romanzi non sono un cittadino».

Qual è la differenza?
«Quando si scrive per la stampa, lo si fa col proprio nome. Si suppone che non sia finzione. Nel romanzo lo scrittore è più libero, più selvaggio. In quasi tutti i miei libri c’è un narratore in prima persona, però il narratore non coincide necessariamente con me, non mi sento del tutto responsabile delle cose che dice. E forse per questo c’è più verità di quando si scrive per la stampa, dove si è consapevoli del dove e del perché. Nel romanzo uno è più sincero, brutale, pessimista».

Sembra la stessa differenza fra il discorso pubblico e i suoi retroscena. Tra diplomazia e Wikileaks.
«Su questo tema abbiamo registrato un dialogo con Umberto Eco per Il País. La mia posizione è nota. Tutti, non solo i governi ma qualsiasi individuo, tendono a nascondere qualcosa. Nella vita quotidiana possiamo parlare male di una quantità di persone in termini che non devono e non possono essere riferiti. Del resto è altrettanto normale che la gente voglia sapere. Sono posizioni entrambe comprensibilissime; però è assurdo che, per esempio in politica, tutto debba essere trasparente. Pensi ai servizi segreti: se decidiamo che sono utili alla società, devono restare segreti. Ricordo un meraviglioso libro di Giovanni Comisso sulle spie della Repubblica Veneta. Altro che Wikileaks».

Questa trasparenza impossibile è quella del romanzo?
«È quella che l’autore decide che sia. Le cose reali non si possono mai raccontare davvero, la narrazione è sempre parziale, le testimonianze discordano. Nel romanzo si può narrare tutto, perché sarà sempre incontestabile».

Un’operazione altamente artificiale.
«È un artificio accettato. Il romanzo è una forma di conoscenza, o piuttosto di riconoscimento. Lo si legge e si scopre che sì, quel che c’è scritto è “vero”, nel senso che avevamo già sperimentato quella stessa riflessione, senza saperlo, senza rendercene conto compiutamente. Quando scrivo tento di fare questo: avvicinarmi almeno un po’ alla verità delle situazioni e delle relazioni».

Con una sintassi inconfondibile, che sceglie la complessità in un’epoca di radicali semplificazioni.
«L’attuale tendenza non alla semplicità ma allo slogan mi sembra catastrofica. Può andare bene per i politici – e non ne sono neanche tanto sicuro. Non certo quando si cerca di ragionare. È vero, a volte sono un po’ complicato. Mi viene in mente Faulkner, cui chiesero come mai le sue frasi fossero così lunghe. Rispose che voleva dire tutto nello stesso tempo. Questo impulso è anche il mio».

Qual è il suo rapporto col tempo?
«Penso al romanzo come alla forma d’arte, insieme forse alla musica, che può occuparsi del tempo e rappresentarlo con la maggiore acutezza. Può restituirci la durata del tempo che veramente conta, quello che abbiamo vissuto intensamente. Può dare al tempo, che nella vita non ha tempo di esistere, proprio il tempo di esistere».

MARIO BAUDINO

La Stampa, 28 gennaio 2011