Reino de Redonda: Ehrengard de Isak Dinesen


EHRENGARD
Isak Dinesen

Prólogo y traducción de Javier Marías

Karen Blixen (1885-1962), escritora danesa, más conocida por su pseudónimo literario Isak Dinesen. Su padre, Whihelm Dinesen, militar y parlamentario, se suicidó cuando ella tenía diez años, atormentado por no resistir la presión de padecer sífilis, enfermedad que en aquella época estaba estigmatizada. Su madre, Ingeborg Westenholz, se quedó sola con cinco hijos a su cargo, a los que pudo mantener gracias a la ayuda familiar. Karen, como sus hermanas, se educó en prestigiosas escuelas suizas.

Blixen se casó con su primo lejano el barón Bror Blixen-Finecke, con quien inició en Kenia una plantación de café. El matrimonio fue difícil. En el primer año de vida en común su marido le contagió la sífilis, sin embargo la enfermedad nunca se manifestó de manera grave. En Nairobi, Blixen conoció a Denys Finch-Hatton, piloto del ejército británico afincado en Kenia. Empezaron una relación amorosa intensa, pero con muchos altibajos. Al poco tiempo, Karen se divorció de su marido y se quedó a cargo de la plantación hasta que la caída de los precios en 1931 la obligó a venderla y regresar a Dinamarca. Si bien ya había publicado algunos trabajos, es entonces cuando comienza su carrera literaria bajo diversos pseudónimos, el más conocido de los cuales es Isak Dinesen, con el que publicó una serie de apuntes autobiográficos sobre su vida en África. Pero fue Lejos de África (1937), el libro que dio origen a la película Memorias de África el que sin duda la catapultó a la fama a nivel mundial.

Ehrengard, publicado póstumamente, en 1962, es el último cuento de envergadura que Isak Dinesen llegó a completar, y uno de los más extensos de cuantos escribió a lo largo de su vida.

Sus cuentos poseen la magia, la eficacia y la impunidad que a menudo acompañan a lo arbitrario, a lo ignorante, a lo irresponsable. Sólo son leales para consigo mismos.

Isak Dinesen según sus contemporáneos:

«Hoy, como ganador del Premio Nobel, habría sido feliz -aún más feliz- si se le hubiera concedido a esa maravillosa escritora, Isak Dinesen» Ernest Hemingway

«Mi historia de amor con Isak Dinesen duraría mientras yo tuviera ojos para leer» Orson Welles

«La única persona que debería haber obtenido el Premio Nobel es Isak Dinesen» Truman Capote

«Su estilo fue único, el adecuado a una mente ingeniosa y compasiva» Lawrence Durrell

«Al leerla, conocí esa seguridad sublime que sólo un grandísimo escritor puede dar a un lector» Carson McCullers
«Los cuentos de Isak Dinesen son vislumbres de una mente extraordinaria» Eudora Welty

«Tenía el maravilloso poder de contradecir el curso del Tiempo, de desafiar las leyes de la moral o las de la física» Ghislain de Diesbach


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Isak Dinesen
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«Venezia è come un interno. Per questo non può cambiare»

Lo scrittore spagnolo è uno dei protagonisti di Incroci di civiltà

Lo scrittore spagnolo è uno dei protagonisti di Incroci di civiltà

Ci sono 35 pagine segrete custodite nell’archivio di carta di Javier Marías. Contengono le riflessioni su Venezia dello scrittore spagnolo divenuto celebre e amatissimo nel nostro Paese per romanzi come Domani nella battaglia pensa a me, L’uomo sentimentale e Nera schiena del tempo. In Italia nessuno le ha mai lette, perché ancora non hanno trovato un editore prima ancora che un traduttore. Eppure è a quelle pagine che Marías, classe 1951, ieri a Venezia per «lncroci di civiltà» (oggi alle 18, al teatro Malibran, l’autore sarà in conversazione con Elide Pittarello e Paolo Lepri del Corriere della Sera) ha affidato i suoi pensieri sulla città che giusto vent’anni fa lo ospitò per un anno, complice una «morosa» (proprio cosi dice Marías) veneziana:«Era dall’89 che non ci tornavo. E quando sono arrivato, ieri, mi sono emozionato a rivedere i luoghi di vem t’anni fa».

Marías, che effetto le fa essere qui?
«Questa è una città che ho incorporato, l’ho sempre presente dentro di me. È come quando sono a Madrid e dico: vorrei andare in un posto e ci vado. Provo questo sentimento anche per Venezia, la sento un po’ mia».

L’ha trovata cambiata?
«È una città alla quale non è permesso cambiare. Il titolo del mio articolo era «Venezia, un interno», riprendeva la concezione di Henry James, secondo il quale questa città è come un interno. Per questo non può cambiare».

Vivere una storia d’amore a Venezia da «travet». Fa veramente cartolina.

«È un posto straordinario. Devo dire che mi sentivo particolarmente fortunato, mi sembrava incredibile essermi innamorato proprio qui. In città ho scritto anche parti di due miei romanzi, L’uomo sentimentale e Tutte le anime. Tanto che c’è stato un momento in cui pensavo di vivere qui, ma mi faceva un po’ paura. Dopo un po’ che ci stai a un certo punto ti sembra che tutto quello che accade fuori dalla città sia difficile. Andare a Padova? Difficile. Prendere un treno? Difficile. E si finisce per avere la sensazione di essere prigionieri».

Chissà cosa sarebbe successo se fosse rimasto.
«Non so come sarebbe stata la mia vita qui, forse non avrei scritto gli stessi libri, chissà. Nel nostro «dizionario biografico» si trova quello che uno ha fatto. Eppure noi consistiamo anche di quello che non abbiamo fatto, quello che non siamo stati tanto audaci da fare, quello che abbiamo scartato. Tutto fa parte di noi, fa parte della vita immaginaria di un romanziere. Soprattutto quando si diventa consapevoli di questa possibilità. Cosi Venezia è diventata una città del mio inimaginario biografico: vissuta, ma anche scartata».

Che cos’è raccontare per lei?
«Raccontare è una forma di pensiero diversa da tutto il resto. Per questo la gente scrive diari, lettere, mail: per spiegare e spiegarsi meglio una cosa. Se sono sdraiato sul sofa a pensare, per quanti sforzi faccia so che non penserò mai esattamente come scrivo: quello della scrittura è una forma di pensiero più lucido alla quale non vorrei mai rinunciare».

Che succede alle sue storie mentre scrive?
«Ci sono romanzieri che sanno tutto quando si mettono a scrivere. Io mi siedo con una bussola, so più o meno dove voglio arrivare, ma quello che non conosco è il percorso. Tento di non sapere tutta la storia, altrimenti sarebbe un esercizio di stile noioso, mi piace scoprire la storia mentre la scrivo. Mi è successo anche mentre ero qui e finivo L’uomo sentimentale. Dicevo alla persona con cui stavo:»Non so proprio come finire»».

E in quei frangenti che fine fa la sua vita privata? Viene travolta dalla letteratura?
«Ma no. Gli scrittori che fanno gli scrittori 24 ore al giorno mi sembrano poco credibili. Nel momento in cui smetto di scrivere mi piace anche bermi una birra, vedere una partita di calcio».

Atletico Madrid o Real Madrid?
«Real Madrid».

SARA D’ASCENZO

Corriere del Veneto, 22 maggio 2009