Cuento de fútbol

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La revista de cultura y ciencias sociales Ábaco ha dedicado su último número, el 76/77 de la segunda época de la publicación, al fútbol, bajo el epígrafe: “Pasión, juego y negocio”. El ejemplar incluye el relato “El equipo más dramático”, del conocido escritor y madridista Javier Marías.

Edición italiana de ‘Mientras ellas duermen’

MED Italia

MENTRE LE DONNE DORMONO
JAVIER MARÍAS
Traduzione di Valerio Nardoni
Einaudi, 2014

Figure evanescenti, ambigue – fantasmi, spie, guardie del corpo, sosia, criminali – infestano i racconti di Javier Marías, ognuno con il suo segreto, ognuno con la sua ossessione o maledizione (ammesso che, nella vita come nel suo proseguimento spettrale, sia possibile distinguere le due categorie). Ma alla fine il posto da cui tutti loro rifiutano di andare via, impossibili da cancellare, è la nostra memoria di lettori.

Un fantasma degli anni Trenta piú spaventato dei malcapitati a cui compare, un capitano dell’esercito di Napoleone durante la campagna di Russia, il protagonista de L’uomo sentimentale ritratto quando era ancora bambino, un maggiordomo bloccato in un ascensore, un caso di «doppio» a Barcellona che porterà alla rovina, un caso di «doppio» in Inghilterra che porterà all’orrore, un «ciccione schifoso» in adorante contemplazione di una donna dalla bellezza tanto ideale da apparire irreale… Sono solo alcuni dei personaggi di questi racconti scritti nell’arco di trent’anni che testimoniano un percorso narrativo in costante ascesa: superbo tessitore di romanzi, anche monumentali, Javier Marías dimostra di saper raggiungere, nello spazio di poche pagine, un grado di tensione e profondità degno dei grandi maestri della forma breve, senza rinunciare alla scrittura sensuale e meditativa che ne ha fatto uno degli scrittori contemporanei piú amati nel mondo.

JM BY NMarías prima che diventasse Marías

Non è scontato che un grande romanziere sia anche un grande autore di racconti. Nel caso di Javier Marías, però, la grandezza sembra avere a che fare solo col fatto stesso di scrivere: vale per i romanzi di sempre, vale per i saggi, vale anche per i racconti. Einaudi ha appena pubblicato la prima raccolta dello scrittore spagnolo, uscita in patria nel 1990. Si intitola Mentre le donne dormono (traduzione di Valerio Nardoni), e contiene dodici storie poco meno che perfette.

L’indagine introspettiva e psicologica è ciò che caratterizza maggiormente la narrativa di Marías, e quasi per paradosso pare che accadano più cose in questi pochi racconti che nei suoi formidabili romanzi. La cosa più impressionante, ad ogni modo, è la sua abilità nel maneggiare diversi registri, diversi ritmi e diverse profondità. Sarebbe difficile appaiare per stile e spessore due dei racconti di Mentre le donne dormono, ma allo stesso tempo esiste come uno spirito sotterraneo che fa di questi frammenti un corpo unico in grado di muoversi e comunicare da solo.

L’ossessione per la morte e per le infinite possibilità del caso, proprie del grosso dell’opera di Marías, emerge limpidamente in quest’antologia che dopotutto, cronologicamente, anticipa la maggior parte dei suoi lavori migliori. La morte, il tempo, i fantasmi, l’antitesi quasi ontologica tra Madrid e Barcellona, il tema del doppio e la forza e la fragilità delle donne: tutto, in una maniera o nell’altra, sarebbe tornato più avanti.

Molto semplicemente, leggere Marías è un piacere enorme. In questi racconti gioca coi paradossi del vivere e del morire, con le paranoie degli uomini, e naturalmente con la letteratura. Ogni volta adopera tratti diversi, come un pittore che si volesse cimentare con tutta la sua scorta di pennelli e colori per illustrare una processione di vicende fatte di rompicapi e inganni. E omaggia, in via diretta (il vorticoso e benetiano Le dimissioni di Santiesteban dedicate a Juan Benet) o indiretta (lo spettro di Zapata di Saranno nostalgie, che chiude la rassegna, potrebbe essere uscito da una storia di Gabo Márquez), e lascia sempre qualcosa in sospeso, come i grandi illusionisti sanno fare.

Mentre le donne dormono è Marías che era già Marías prima che diventasse Marías, ma questo in fondo è solo motivo di curiosità. Il valore di questi racconti appartiene appieno a essi stessi, per ciò che dicono e per come lo dicono. Un recupero doveroso, a un quarto di secolo di distanza, e di cui essere ben felici.

GIOVANNI DOZZINI

Europa, 6 Febbraio 2014

Quando le donne dormono

Javier Marias e’ uno degli scrittori contemporanei più’ amati e apprezzati dal pubblico, le sue opere sono tradotte in tutto il mondo, vincitore di prestigiosi premi letterari come il Romulo Gallegos e il Prix Femina Etranger con “Domani nella battaglia pensa a me” e nel 2011 l’italiano Premio Nonino. In questi giorni in libreria con l’editore di riferimento, ma nella collana di tascabili L’arcipelago Einaudi, la raccolta di racconti “Mentre le donne dormono” con traduzione di Valerio Nardoni, uscito in patria nel 1990 con titolo originale “Mientras ellas duermen”.

Dodici piccoli capolavori letterari che hanno il potere, allora di anticipare, oggi di confermare, le grandi doti letterarie di questo straordinario personaggio della cultura, autore di romanzi, saggi e traduttore di classici. Marías da voce a tutti i temi a lui più cari e che ben si adattano alla pur breve dimensione del racconto: l’ossessione per la morte, il caso, i fantasmi, il tragico, l’ironia, il doppio, senza comunque venir meno a una profonda indagine psicologica e introspettiva dei personaggi. Quel suo stile inconfondibile nel lasciare sempre un finale sospeso, un gioco da abile illusionista che spiazza. Omaggi, per Juan Benet ne “Le dimissioni di Santiesteban” son quelle che ogni notte affigge un fantasma in un istituto di Madrid, un enigma che nessuno è riuscito a risolvere ma che alla fine al contrario si duplicherà. “Portento, maledizione” un racconto che ha la forza di un romanzo, diviso in capitoli , dove la natura psicologica di un rapporto prevale su tutto il resto. In “Gualta” un caso di doppio, due biografie a confronto, due città a confronto Madrid e Barcellona, e tante ipotesi nel finale.

E ancora in “Mentre le donne dormono” il racconto contemporaneo di un uomo di mezza età ossessionato da una donna che ha conosciuto bambina che filma in continuazione per conservarne l’ultima immagine. Infine in “Saranno nostalgie” l’apparizione del fantasma di Emiliano Zapata con i vestiti trivellati dai colpi, durante le letture ad alta voce in casa di una vecchia signora di Veracruz, e ancora dopo la sua morte tornerà ogni mercoledì, ” forse da Chinameca, assassinato, triste e sfinito”. Sono solo alcuni di questi preziosi assaggi di una scrittura già matura e che si appresta a conquistare il favore dei lettori. Colmando un vuoto, oggi a un quarto di secolo, nel terreno accidentato del genere “racconto”.

SEBASTIANA GANGEMI

Stamp Toscana, 8 Febbraio 2014

SILLÓN DE OREJAS

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Fantástico

Las librerías comienzan a poblarse de libros “navideños”. Atalanta, como cada año, saca el suyo: una estupenda Antología universal del relato fantástico editada por Jacobo Siruela. Desde la Anthologie du fantastique (1966) de Roger Caillois, que ocupa un lugar de honor en la estantería de mi biblioteca (junto a la de Borges, Bioy y Ocampo, y los Cuentos únicos editados por Javier Marías), no tenía en mis manos una selección tan manejable (1.200 páginas en semibiblia), impecable e indiscutible, por más que en ella se aprecien los gustos muy personales de un editor tan proclive al género: si no están todos los que son, al menos son todos los que están, lo que no es poco. Bien traducidos y presentados, con un apasionado exordio en el que Siruela traza una reivindicación de la literatura fantástica en su muy variado despliegue histórico. Este año, y debido a la contracción del mercado, la competencia entre los libros de regalo será mucho más dura, pero aquí tienen mi primera sugerencia. De nada.

MANUEL RODRÍGUEZ RIVERO

El País, Babelia, 9 de noviembre de 2013

CUENTOS U

‘Las huellas dispersas’ en el Ciclo de Oxford

Las huellas dispersas

LAS HUELLAS DISPERSAS
JAVIER MARÍAS
Introducción y edición de Inés Blanca
CICLO DE OXFORD
Debols!llo, octubre de 2013

Las huellas dispersas es una colección de textos de Javier Marías relacionados con su Ciclo de Oxford. Visitan estas páginas los personajes -también sus reversos históricos- de las novelas que, hasta la fecha, lo componen. También se recorren aquí sus lugares ingleses, hasta colarse en el gabinete del autor, alguien que trabaja realidad y ficción y las convierte en literatura. Como una nueva perspectiva de sí mismo, este volumen ensancha la obra de Marías y completa la lectura de Todas las almas, Negra espalda del tiempo y Tu rostro mañana.

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CICLO DE OXFORD:
TODAS LAS ALMAS
NEGRA ESPALDA DEL TIEMPO
TU ROSTRO MAÑANA

Las huellas dispersas
JAVIER MARÍAS
Edición de Inés Blanca
Debols!llo, octubre de 2013

‘La canción de Lord Rendall’

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Antología del universal del relato fantástico
Editorial Atalanta

Esta antología recoge 55 de los mejores relatos fantásticos de los siglos XIX y XX de autores de tres continentes: E. T. A. Hoffmann, Honoré de Balzac, Alexander Pushkin, Edgar Allan Poe, Nathaniel Hawthorne, Théophile Gautier, Villiers de L’Isle-Adam, Wilkie Collins, Bulwer-Lytton, Fitz James O’Brien, Charl es Dickens, Iván Turguéniev, Sheridan Le Fanu, Vernon Lee, Guy de Maupassant, Rudyard Kipling, Arthur Machen, Ambrose Bierce, Charlotte Perkins Gilman, Margaret Oliphant, Henry James, Robert Hichens, O. Henry, M. R. James, Leonid Andréiev, Leopoldo Lugones, Hanns Heinz Ewers, Algernon Blackwood, Giovanni Papini, Junichiro Tanizaki, Oliver Onions, Saki, E. F. Benson, Gustav Meyrink, H. P. Lovecraft, Lord Dunsany, May Sinclair, Hugh Walpole, Ann Bridge, María Luisa Bombal, Jorge Luis Borges, Dino Buzzati, Francisco Tario, Alejo Carpentier, Adolfo Bioy Casares, Shirley Jackson, Rosa Chacel, Julio Cortázar, Silvina Ocampo, Robert Aickman, Paul Bowles, Danilo Kiš, Javier Marías [La canción de Lord Rendall], Cristina Fernández Cubas y Naiyer Masud.

El secreto y la clave

MI recorteEn su libro Mala índole, Javier Marías selecciona de su obra personal aquellos cuentos que le parecen aceptados y aceptables. Los que allí no figuren tendrán por mejor destino la sombra, el anonimato.

Al leer uno de esos trabajos afortunados, Lo que dijo el mayordomo, caí en una especie de paramnesia. Pero no con respecto a otro trabajo del mismo autor ni en sintonía con una trama parecida leída en otro lado.

El narrador de la historia comparte azarosamente con un mayordomo el espacio de un estrecho ascensor, por el tiempo que se reponga el suministro eléctrico que lo ponga en función de nueva cuenta.

Resulta sospechoso que un personaje de suyo recóndito, como suelen ser los mayordomos (pienso, por ejemplo, en el protagonista de Lo que resta del día de Kazuo Ishiguro) abandone su reticencia habitual y se torne lenguaraz y, para decirlo en corto, lo cuente todo, o casi.

Pero en fin, si no es de esa manera de qué otro modo nos enteraríamos de lo que relató el mayordomo. Pero no es de esa indiscreción de lo que quiero hablar.

Lo dicho puede ser, y es, interesante y por ello los invito a que acudan a ese cuento. Pero lo que inspira estas líneas es una reflexión que Javier Marías deja caer inquietantemente en su narración: “los libros que no leemos están llenos de advertencias; nunca las conoceremos, o llegarán demasiado tarde.”

TRM Alfaguara¿Le resulta familiar ese enunciado? ¿Todavía descansan, inaugurados, en su biblioteca los tomos de En busca del tiempo perdido de Proust? O, para no ir más lejos, es posible que no haya usted aún encontrado el tiempo que reclama la lectura de los tres tomos de Tu rostro mañana, del propio Marías.

Resulta sino dramático por lo menos acongojante intuir que en esas lecturas postergadas nos esperaba alguna epifanía. Y, consecuencia del aplazamiento, no sabremos jamás la importancia tremenda que esa revelación tendría en nosotros.

Aquellas palabras ignoradas ¿cambiarían nuestro destino o modificarían cierta conducta?

Al principio adelanté que la frase de Javier Marías operó, en mi memoria lectora, cierto déjà vu. Para decirlo de otro modo, al leer esa reflexión no conocí su significado: lo reconocí.

De algún modo aquellas palabras me acompañaban desde otro lugar, desde otro libro.

Aquella cavilación me remitió a un poema de José Emilio Pacheco donde el poeta nos cuenta de un libro: “Lo compré hace muchos años. Pospuse la lectura para un momento que no llegó jamás. Moriré sin haberlo leído. Y en sus páginas estaban el secreto y la clave.”

ALFREDO ARCOS

El Mañana (México), 23 de junio de 2013

‘Mala índole’ arca de cuentos y obsesiones de Javier Marías

MI LibroUna recopilación de cuentos tiene un sabor antiguo de baúl de sueños (o pesadillas) en busca de escucha, o arca de jirones de novela peregrina. A mí particularmente me remonta al Infante don Juan Manuel, cuya “Fierecilla domada”, por ejemplo, salió de sus Cuentos del conde Lucanor y, transformado por la escena de Shakespeare, llegó al cine en The Taming of the Shrewd. Ahora se trata de Javier Marías –Xavier I, Rey de Redonda- que ha reunido en un solo volumen sus dos anteriores entregas de cuentos, Mientras ellas duermen Cuando fui mortal, enriqueciéndolo con otros cuatro que estaban aún inéditos en libro. Precisamente el más largo y cinematográfico de estos últimos da título al volumen: Mala índole. Cuentos aceptados y aceptables (Alfaguara, 2012), donde me he complacido encontrando mis favoritos de antes, en los que me detendré unos instantes sin por ello aguarle la fiesta a futuros lectores de poder descubrirlos por su cuenta y hacer sus propias selecciones personales. Aclaro que los aceptables, siete de los 30 recopilados, son aquellos de los que su autor se avergüenza un poco, siendo en su mayoría de los inicios, pero no tanto como para haberlos dejado caer fuera del arca.

Todos los temas, inquietudes y obsesiones cruciales de el autor de Corazón tan blanco y del trío Tu rostro mañana salen a relucir de un modo u otro, en alguno o en varios cuentos del libro: el malentendido y hasta el peligro (cordial o mortal) a que se prestan las traducciones, por falaces o por demasiado fieles como la que pone a correr por su vida al protagonista y narrador de Mala índole, cuento con ritmo de rock in crescendo en que Marías, especialista en hacer semblanzas y minibiografías oblicuas (no hay más que recordar Miramientos y Vidas escritas), se complace en sembrar un retrato en movimiento del sonriente Elvis Presley, cuya “manía cantora” da lugar a tanto movimiento frenético durante la película que se está rodando dentro del cuento y que arranca a su traductor la siguiente reflexión: “una vida musical continua no hay quien la aguante con equilibrio, quiero decir si no se es músico”. Retrato homenaje que puede armar el lector a medida que se adentra en el cuento y del que doy un avance:

“…parecía no dar importancia a nada e incluso disfrutar el horror con su indudable capacidad de zumba. Yo no creo que estuviera satisfecho ni ufano sino que no se atrevía a defraudar con reparos o negativas a alguien tan cercano que hubiera tenido la delirante idea de turno [...] Elvis Presley era amigo de sus amigos, al menos de los antiguos, tenía sentido de la lealtad y mucho orgullo [...] Así dijo en inglés con la boca torcida que se le ponía a menudo y que hacía desconfiar de él a las madres de sus fans más jóvenes. Eran unos insultos un tanto escolares…”

Si el tema de la persecución está bien representado en el libro no digamos el del fantasma, que tratándose de Marías no es de esos que se entretiene en asustar a la gente sino que esgrime una conciencia errante, que ha dejado atrás el lastre de las pasiones que la nublaban en el tiempo confinante, pero no la necesidad de manifestarse literariamente, como un sombrero pintado por Magritte, que ya no tiene cabeza, pero la representa, expresando lo por ella aprendido con claridad meridiana. Es el caso de Cuando fui mortal. Tengo particular predilección por la voz del inmortal que narra este cuento y cuyo único rival en mi afición es el de la primera novela de Enrique Labrador Ruiz, El laberinto de sí mismo (La Habana, 1933), apenas conocida. Lírico lingüista el del cubano. Filósofo en pena el de Marías, porque después de muerto ya sabe todo lo que estando en el tiempo ignoraba de la realidad y de los que le quitaron la vida. Elegíacos ambos.

Tantas otras de sus obsesiones encuentran en este volumen su vehículo, a veces dos: un aceptado y otro aceptable, pero en ambos casos bienvenidos. El fantasma nostálgico de una voz de mujer que le lea sus páginas favoritas. Me refiero a No más amores y a Serán nostalgias, aceptable variación del anterior que acepto entusiasmada. De hecho, invito a su autor a que continúe obsesionado con el tema y descubra otra.

JUANA ROSA PITA

El Nuevo Herald, 8 de junio de 2013

Confidencias ocasionales

MI LibroCada uno de los cuentos de Mala índole cifra un enigma, en más de uno lo inquietante proviene de una confidencia ocasional a partir de un encuentro con un desconocido. El crimen es en algunos el desenlace; en otros, es la intención de un asesinato lo que le es confesado en forma circunstancial al narrador. La muerte no deja de ser central para el armado narrativo de los cuentos de este libro y también de las novelas de Javier Marías.

La observación de alguna escena de la vida de una pareja con sus singulares actitudes condicionadas por obsesiones o cálculos extraños y la presencia de fantasmas con la identidad que se balancea entre la vida y la muerte encuentran una buena resolución literaria en sus cuentos.

Puede resultar curioso para un lector atento encontrarse con un relato titulado “En el viaje de novios” que antecede a la excelente novela Corazón tan blanco, en el cual existe una situación que se repite en forma casi textual, en el cuento y en la novela, en un caso en Sevilla, en otro en Cuba. El cuento tiene un final abierto y en sí mismo es sugerente, no deja de todos modos de ser sorprendente que el autor lo incluya entre los cuentos elegidos siendo que luego utiliza esa situación para su novela.

Marías escribe en “Nota previa a esta edición”: he distribuido mis cuentos bajo dos epígrafes: “Cuentos aceptados”, que incluyen todos aquellos de los que aún no me avergüenzo, y “Cuentos aceptables”, con aquellos de los que sí me avergüenzo un poco pero no demasiado. Y entonces llama más la atención encontrar el mismo cuento con algunas variaciones bajo los dos epígrafes. Se trata de “No más amores” de la primera sección y “Serán nostalgias” de la segunda.

Hay que destacar algunos relatos –entre los que figuran “Mala índole” y “Sangre de lanza”– ya que son imperdibles. La mayoría de los incluidos en el libro logra captar el rasgo más sórdido de lo humano y de lo imprevisible con una gran habilidad narrativa.

El personaje del cuento que da título al libro corre el peligro de que lo maten por las palabras que ha traducido. Su función de traductor de Elvis Presley en México lo hace responsable ante los ojos de sus perseguidores de aquellos insultos ofensivos que ha dicho otra persona: “Yo había sido el mensajero, el intermediario, el verdadero emisor, el intérprete”. En el relato titulado “Lo que dijo el mayordomo”, el narrador escribe las confesiones que le hiciera su empleado cuando ambos quedaron encerrados en el ascensor. Y reflexiona acerca de la remota posibilidad de que la víctima potencial del mayordomo lea su texto y éste le sirva como advertencia. En tanto considera poco probable que así sea, escribe: “Los libros que no leemos están llenos de advertencias; nunca las conoceremos, o llegarán demasiado tarde”. Las palabras podrían no llegar ahí donde funcionasen como una advertencia, podría responsabilizarse erróneamente a un sujeto mensajero y alguien morir. Ocurre así en el devenir azaroso, entre la palabra y la acción, de los relatos de Javier Marías. No importa de cuál cuento se trate, siempre existe una tensión, algo está por suceder que sorprende al sujeto al efectuar el acto: “Los pasos que uno ve posibles a menudo acaba dándolos sin querer solamente porque son posibles y se nos han ocurrido, y así se cometen tantos actos y tantos asesinatos, a veces la idea conduce al hecho como si no pudiera sostenerse en tanto que idea tan solo”. Otro tema que apasiona al autor es el de la memoria. Están los muertos que lo recuerdan todo y los vivos cuyo presente ya es nostálgico porque está perdido. Difícil equilibrio el del vivir.

SARA COHEN

Clarín, revista Ñ, 11 de febrero de 2013

Doblemente aceptables

Mala índoleEn un volumen se reúnen todos los cuentos que escribió Javier Marías a lo largo de su vida, a excepción de los que él mismo consideró inaceptables para volver a ser publicados. Así, en Mala índole pueden hallarse tanto cuentos “aceptados” por los otros como los considerados “aceptables” por el propio autor. Lo que es indudable es que, en las dos categorías, los temas del doble y los fantasmas son predominantes en una producción que resulta descollante en el marco de la narrativa breve española contemporánea.

En uno de los relatos de este libro se menciona una de esas verdades muy sabidas pero, por pudor, muy poco expresadas: la tremenda dificultad de los españoles por aprender idiomas y, sobre todo, por pronunciar el inglés. En la misma línea de sinceridad, hay que decir también que los escritores españoles contemporáneos, salvo honrosas excepciones, tampoco se destacaron demasiado a la hora de escribir cuentos. Desde la Guerra Civil, las mejores expresiones literarias pasaron, claramente, por la poesía y la novela, relegando al cuento a historias bastante pobres, moralizantes, excesivamente sentimentales y de un convencionalismo rayano en el lugar común y el aburrimiento. En ese contexto se destaca la aparición de Mala índole, volumen que reúne casi la totalidad de los cuentos escritos por Javier Marías a lo largo de toda su vida, y que fuera nombrado hace poco mejor libro de cuentos de 2012 por los lectores de El País y también uno de los mejores libros del año pasado según La Vanguardia.

Hijo del filósofo Julián Marías, Javier es uno de los escritores más importantes de España, miembro de la Real Academia Española desde 2006 y un candidato natural a ganarse el Nobel en el futuro, a pesar de las polémicas que viene acumulando con cineastas que versionan mal sus películas, y con el mismo Jorge Herralde, a partir de lo cual decidió borrar ese premio de su biografía oficial. Javier Marías es, definitivamente, un novelista. En los últimos años, de hecho, se embarcó en esa bestia literaria que fue el megaproyecto de Tu rostro mañana, novela monumental en tres volúmenes, y la exitosa Los enamoramientos (donde una pareja enamorada que desayunaba todos los días en el mismo bar, desaparecía misteriosamente hasta obsesionar a María Dolz, la protagonista) vendió más de 150 mil ejemplares sólo en España y está empezando a romper los records de traducción.

Sin embargo, Marías es un novelista fuertemente marcado por el cuento: su llegada a la literatura coincide, en cierta forma, con la temprana muerte de su madre, quien solía leerle en su tierna infancia un cuento que nunca volvió a encontrar de adulto, ni siquiera en el mundo totalizador de Internet: “El castillo de irás y no volverás”. Y lo primero que escribió, cuando tenía sólo quince años, fue precisamente un relato.

Mala índole reúne treinta relatos divididos entre “Cuentos aceptados” y “Cuentos aceptables”. La honesta clasificación responde a que los primeros relatos aún lo enorgullecen y los segundos lo avergüenzan un poco, pero no lo suficiente como para excluirlos, como sí ocurrió con los “Cuentos inaceptables”, que no figuran en este libro, la mayoría escritos hacia 1968, tres años antes de que apareciera Los dominios del lobo, su primera novela.

Muy cerca del género del cuento inglés, y a veces del latinoamericano, pero irreconciliablemente distanciado del relato español, estas historias tratan en general de dobles y fantasmas, en toda la gama imaginable de variantes. Dobles en el sentido clásico y tradicional borgeano, o al estilo Poe, como sucede sobre todo en “Gualta”, en el que el protagonista se encuentra con Xavier de Gualta, un catalán idéntico a él, pero no sólo en lo físico, en lo gestual o la manera de pensar. Una persona idéntica incluso en lo que hace al trasfondo, en el potencial, idéntica en cada uno de los pasos, movimientos y cambios que puede provocar para dejar de parecerse a él, como dos imanes que, hasta el infinito, mientras más intentan separarse, más se juntan.

Pero, sobre todo, el aporte de Marías es que hace una síntesis de ambos temas: dobles que son fantasmas y fantasmas dobles. Eso sucede, por ejemplo, en el extraordinario “La dimisión de Santiesteban”, en el que un mediocre asalariado de un instituto se obsesiona con un misterioso fantasma que se deja oír cada noche a las 21.45 (da siete pasos primero, abre la puerta después y, por último, hace ocho pasos para regresar) y deja al otro día, de manera invariable, una carta de dimisión, de renuncia a un puesto que nunca explica ni deja claro cuál es. Cuanto más le pide su superior que olvide el asunto, Mr Lilburn más se rompe la cabeza para resolver el misterio hasta que su ansia de triunfo y venganza lo impulsa a inventar una solución perfecta.

Otra aparición fantasmagórica tiene lugar en el también extraordinario relato “El viaje de novios”, en el que una pareja pasa una noche de vacaciones en un hotel de Sevilla, atentos a un problema de salud de la mujer, hasta que desde el balcón el hombre divisa a otra mujer hermosa y enigmática que, apenas lo ve, empieza a llamarlo furiosa, a insultarlo por haber subido a su habitación y no ir a buscarla tal como habían quedado. El hecho de que el hombre nunca la haya visto antes, y la manera en que eso se advierte, otorga al relato una potencia abrumadora.

La obsesión –pariente directo de dobles y fantasmas– hace su gran aparición en “Mientras ellas duermen”, otro de los relatos destacados del libro: un hombre mayor está a tal punto prendado de la belleza de su mujer que no deja de filmarla ni un instante, incapaz de poder ver cualquier otra cosa que no sea ella. La obsesión por eternizar la belleza de su mujer también lleva a resoluciones inesperadas.

“Mala índole”, el relato que da título al libro, es casi una nouvelle protagonizada por Ruibérriz de Torres, personaje habitué de varias novelas de Marías, y da cuenta de la locura y el pánico durante el rodaje en Acapulco de una película protagonizada por un frágil Elvis Presley.

Es notable la cantidad de repeticiones, semejanzas y simetrías que hay en cada uno de los relatos del libro, como si el tema del doble también hubiera invadido la propia escritura: eso sucede, por ejemplo, en los respectivos finales de los prólogos de Marías a los dos volúmenes de cuentos publicados, hasta ahora, Mientras ellas duermen y Cuando fui mortal. Con su notable combinación de asesinos que siempre anuncian sus crímenes y narradores que amenazan con no contar lo que saben, Mala índole es una brillante y lúcida oveja negra, una rara excepción dentro del mapa del cuento español contemporáneo.

JUAN PABLO BERTAZZA

Página 12 (Radar Libros), 20 de enero de 2013

‘Mala índole’, mejor libro de cuentos del año 2012

Mala índole

La recopilación de cuentos Mala índole. Cuentos aceptados y aceptables ha sido reconocido como el mejor libro de relatos por los lectores de El País

Releer ahora los cuentos que Javier Marías ha ido publicando desde 1975 no únicamente depara un estimulante viaje hacia el mundo de sus primeras novelas sino también la sorpresa de descubrir algunas semillas sembradas en estos relatos y que después germinarían cobrando protagonismo en novelas que les sucedieron. En conjunto –y sin que ello se interprete con sentido de dependencia ni mucho menos le reste valor ni reconocimiento por sí mismos-, los cuentos constituyen una amplia y diversa puerta de entrada al singular mundo de Javier Marías, en temas y conflictos o motivos (incluida la presencia de varios personajes), así como en rasgos estrictamente formales como los modos narrativos y la polifonía discursiva que el autor ha ido modulando con el tiempo.

Buena muestra de tal juego es El espejo del mártir, soberbia pieza, mucho más dramatizada de lo que inicialmente parece, ya que sólo al final el lector descubre que el narrador es el interlocutor mudo y destinatario del discurso que un coronel dirige a un subalterno condenado a ser recluido en la isla de Bornos. Brilla ahí la impostación paródica y el difícil arte del pastiche que tan buenos ratos nos deparará en posteriores secuencias novelescas, especialmente cuando se aplica a personajes estrambóticos como el impar Ruibérriz de Torres, que aparece en Sangre de lanza y protagoniza Mala índole y retorna en su última novela, Los enamoramientos, que no es donde por primera vez confía la narración a una voz femenina, según se ha difundido, porque lo había hecho en el estupendo cuento Menos escrúpulos, en que una mujer estaba tan apurada de dinero que decide apuntarse a las pruebas para una película porno. Y disfrutamos tanto de la capacidad de tensar al máximo elementos de la intriga en cuentos que son casi una nouvelle como de la intensidad sugestiva de los microrrelatos Domingo de carne y Figuras inacabadas. Sin faltar otro elemento imprescindible del mundo narrativo de Marías: la metarreflexión o esa muestra de work in progress que es Lo que sé del mayordomo.

ANA RODRÍGUEZ  FISCHER

El País, 18 de diciembre de 2012

Votación

  • ‘Mala índole’. Javier Marías (Alfaguara) 36.36%
  • ‘Cuentos completos’. Antonio Pereira (Siruela) 21.12%
  • ‘Madrid, otoño, sábado’. Josefina Aldecoa (Alfaguara) 16.58%
  • ‘Habitaciones privadas’. Cristina Peri Rossi (Menoscuarto) 13.37%
  • ‘La cabeza en llamas’. Luis Mateo Díez (Galaxia Gutenberg) 12.57%

Territorio Marías

Winslow Homer

Winslow Homer

Hay una primera consecuencia de la decisión de publicar juntos los dos libros de cuentos que el autor había escrito, Mientras ellas duermen (1990 y 2000) y Cuando fui mortal (1996): que permite ver a Javier Marías completo. No me refiero únicamente a la idea externa de ver reunida la totalidad de sus relatos, unos aceptados sin duda por él y otros «aceptables», con alguna reserva, según anota en el prólogo. Me refiero a Marías «completo» en sentido interno, puesto que son sus cuentos los que permiten a los lectores asomarse mejor a la variedad de estilos de este escritor y saber que su paisaje literario permite ser visto desde distintas ventanas. De esa forma, los textos cumplen el designio de mostrar a un Marías humorista, socarrón hasta el límite que comparte casi solo con Eduardo Mendoza, en que lo cómico o paródico puede ser vía segura para dar en la diana de una sátira social.

Boda en Ronda

Destaca en esa vertiente su interés por los tipos o personajes como Ruibérriz de Torres, un donjuán algo patético por consabido, o MacGraw, que en «Mala índole», uno de los mejores relatos, es capaz de desarrollar ante nosotros las gracietas del ocurrente, hasta derivar en un mastuerzo desatado en bailoteos de hiriente desparpajo. O Baringo Roy, quien en una boda en Ronda suelta las confidencias con proverbial e irresponsable camaradería.

Aquel cuento, «Mala índole», que también hace un repaso satírico al mundo de las películas malas (¿hubo alguna buena?) de Elvis Presley, termina de manera sorprendentemente trágica. Cualquiera que conozca bien la obra de Marías sabe que lo cómico en sus relatos (también ocurre en sus novelas) muchas veces se halla contiguo a lo trágico y de una broma vamos pasando, casi sin solución de continuidad, a una tragedia, anidada en la sorpresa del azar o albergada en el fondo de la broma misma.

Una escena de playa

En el cuento «Mientras ellas duermen», la primera parte es cómico-satírica: una escena veraniega de playa nos presenta a un marido impertinentemente entregado a filmar una y otra vez a su bella mujer. Pues bien, esa escena morosamente descrita nada tiene que ver con el asunto clave del cuento, que percibimos a su final y que no he de desvelar, pero que contiene un gran tema de Marías: el amor y la belleza son contiguos a la muerte.

Hay otro elemento estilístico que no puede dejar de subrayarse. La evolución del género cuento entre nosotros ha ido haciendo a muchos autores alejarse de contar historias, sustituyéndolas por una estampa lírica o una gracia verbal. Lo más visible –llega a convertirse en original hoy– es que los de Javier Marías desmienten esa tendencia, ya que recuperan lo que es consustancial: contar una anécdota o historia que alberga en germen un contenido mayor.

Muchos de ellos parten de una situación jocosa, incluso forzada, como le ocurre a dos de los mejores: «Lo que dijo el mayordomo» y «Prismáticos rotos», en los que una azarosa circunstancia pone en contacto al personaje narrador con un curioso perturbado o con una acción truculenta que va a ser inevitable. Esa condición de testigo insólito, situado por azar ante una situación que se complica cada vez más, resulta muy típica en Marías, y responde a una poética implícita: detrás de aparentes nimiedades se esconden atroces posibilidades. Basta con oír y mirar. Por tal cosa, muchos de los personajes narradores de Marías son «curiosos impertinentes».

Y entre quienes pueden mirar o escuchar con privilegio mayor están los fantasmas. La situación del fantasma, que ha dado título a dos libros enteros de Marías y a su actual serie periodística, permite al autor rendir homenaje a cuentos y películas en la delicada pieza amorosa «No más amores», pero también da paso a la joya del conjunto, «Cuando fui mortal», que encierra la gran cuestión que su literatura ha visitado desde Negra espalda… a Tu rostro mañana: cómo, a diferencia del espacio, el tiempo no lo tenemos, ni podemos saberlo todo, ni nos es dado saltar el futuro.

Corazón tan blanco

Lo cual me lleva a otro estímulo para leer despacio este libro [Mala índole]: quienes sean aficionados a Javier Marías encontrarán aquí muchos de sus motivos encarnados en personajes, desde el malvado Custardoy de Veneno y sombra y adiós, presente en varios textos de diferentes época, hasta el escritor de Todas las almas, John Gawsworth, contenido en la soberbia escena ante el escaparate de una librería de viejo, en «Un epigrama de lealtad». Sin olvidar el comienzo de Corazón tan blanco, esbozado en el cuento «En el viaje de novios».

Javier Marías, por tanto, reconocible en su estilo, pero también sorprendentemente variado. La versatilidad y capacidad de dominio de distintos ritmos narrativos aquí presentes resultarán inesperados para muchos. Este magnífico libro de cuentos enseña el territorio de Marías como ningún otro libro.

J. M. POZUELO YVANCOS

Abc Cultural, 8 de diciembre de 2012

Los fantasmas de Marías

MI LibroMala índole es un cuento y es una recopilación de cuentos, un libro que recoge buena parte de los relatos de Javier Marías, “aceptados y aceptables”. Algunos son de mucho talento y de excelentes resultados; otros son de menor entidad, prometedores. Pero no interesa aquí hacer una jerarquía. Interesa captar la índole, precisamente la índole, de esas historias. En un cuento de Javier Marías no hay tiempos muertos; hay muertos, gentes a las que se evoca y nombra, incluso fantasmas evanescentes que se hacen ver. En una historia breve de Marías no hay hombres de acción, terminantes, que protagonicen la pieza; hay, por el contrario, observadores que ven mal o que simplemente ignoran, individuos que han de sobrevivir, que han de conjeturar qué ocurre, que han de aventurarse sin saber gran cosa. En sus cuentos suele haber personajes melindrosos, con refinamientos y con miramientos, y suele haber tipos que se les oponen: rudos, pendencieros, despóticos.

En los relatos de Marías, la muerte es habitualmente el motivo explícito: qué hacer, cómo seguir cuando hemos perdido a quienes nos acompañaban. Los fallecidos son recordados en un mundo que continúa, como continúan las pertenencias que fueron suyas y que aún los hacen presentes. Pero los muertos son frecuentemente fantasmas, entes que condicionan la existencia de los vivos, que se materializan.

Es por eso por lo que en Marías la verosimilitud es el objetivo narrativo principal. Hacer creíble lo que es una fantasía o un malentendido. La vida está llena de ellos: de fantasías y malentendidos, de cosas que vemos mal o que creemos ver y de cosas que apenas entendemos o que creemos entender. Por eso, sus relatos están narrados generalmente en primera persona. Hay un yo que observa, que protagoniza malamente unos hechos y que luego, habiendo sobrevivido, nos lo cuenta.

Por ejemplo, la historia que da título a la recopilación: “Mala índole” (1996). Aquello que se narra es la confesión de un traductor y preceptor de español ocasionalmente contratado para asesorar en fonética castellana a Elvis Presley durante el rodaje de Fun in Acapulco (1963). Increíble. Por si lo anterior fuera poco, ese profesor acaba matando a un gángster mexicano con un pico, exactamente con un pico. Sorprende la localización y sorprende que cosas así pasen. Pero pasan y luego se cuentan.

Cuando un hecho sorprendente ocurre —y la realidad nos aturde con acontecimientos asombrosos—, el escritor ha de creérselo con el fin de desplegar todas sus habilidades literarias. Para ello se vale de narradores fantasiosos, de mucho alarde. En 1963, Ruibérriz de Torres —el relator del cuento “Mala índole”— es joven: tiene 22 años. Es patoso y es atolondrado. Años después, cuando el personaje reaparezca en Mañana en la batalla piensa en mí y en Los enamoramientos será un individuo egocéntrico y relamido. Un conquistador. Sospechamos que se quita años. Y sospechamos que es un tipo nada fiable: un fantasma, un presuntuoso, un guasón.

La guasa es un elemento principal en los relatos de Marías: siempre hay algo de zumba en lo que se narra, aunque el episodio sea dramático o el fantasma pulule; y eso hace que sus cuentos carezcan de grandilocuencia o énfasis innecesarios. Uno tiene siempre la impresión de levedad. Por eso a Marías se le lee y se le relee para captar la ligereza, la velocidad de la vida, tan fantasmagórica: esa que se difumina y cuenta.

JUSTO SERNA

Mercurio, n. 146, diciembre de 2012

Las lecturas de Javier Marías

Foto. Fede Serra

Su estilo sobrio y magnético le convierte en uno de las grandes de nuestra literatura contemporánea. Ahora selecciona sus mejores relatos en Mala índole (Alfaguara)


“Nada es nunca seguro, pero, dado lo poco que he frecuentado el noble arte del cuento en los últimos años, es posible que ya no escriba más y que lo que aquí se ofrece acabe siendo la totalidad aceptada y aceptable de mi contribución al género”, afirma Ma­rías. Al hilo de esta recopilación, el escritor nos habla de los libros que le han acompañado siempre


TRISTRAM SHANDY
Laurence Sterne

“Lo traduje al español a los veintitantos años. Pero es que además es una novela del siglo XVIII que parece es­crita ayer mismo, o incluso mañana. Ingeniosa, atrevida, siempre chispeante, denota que la escribió un hombre encantador, con el que uno habría querido irse a cenar”.

DON QUIJOTE DE LA MANCHA
Miguel de Cervantes

“Mucha gente está harta de este libro porque cree ha­berlo leído y por lo mucho que se ha manoseado a sus personajes… fuera del libro. Cuando uno lo lee de veras y hasta el final (la segunda parte es aún mejor que la primera), descubre algo ex­traordinario, triste y divertido, profundo y, sobre to­do -eso es lo más asombroso- siempre nuevo”.


EL ESPEJO DEL MAR
Joseph Conrad

“De nuevo influye mi biogra­fía: también esta obra la tra­duje yo hace muchos años. Para disfrutarla, es mejor que a uno le guste o le interese el mar, porque se trata de una serie de ensayos sobre eso, el mar. No hay prosa más her­mosa en la historia de la lite­ratura, y lo digo a riesgo de que mi versión no estu­viera a la altura. Pero espero que si …”.


CASA DESOLADA
Charles Dickens

“Este año, en el bicentenario de su nacimiento, es espe­cialmente adecuado para leer a Dickens sin sentirse un an­ticuado. Sus novelas nunca han pasado de moda, con su enorme capacidad inventiva, sus personajes hipnotizado­res y sus tramas complejas: a punto de incurrir constantemente en la inverosimili­tud, jamás cae en ella. Si alguien desea una obra más corta, recomiendo Historia de dos ciudades “.

LOLlTA
Vladimir Nabokov

“Aunque causara escándalo en su época (y aún más ha­bría causado si se hubiera publicado en nuestros gaz­moños días por primera vez), es una de las más grandes historias de amor. Su narra­dor, Humbert Humbert, es a la vez uno de los personajes más despreciables y conmo­vedores de la literatura”.

El GATOPARDO
Giuseppe Tomasi di Lampedusa

“Se trata de la única novela que escribió el autor (y que ni siquiera llegó a ver publicada), sin pretensiones, sin querer ser original, sólo por el convencimiento de que si un primo suyo había publi­cado un libro, él podía hacer lo mismo, puesto que era “matemáticamente me­nos tonto”. De esta manera le salió una de las me­jores novelas del siglo XX, a mi parecer, lo cual de­muestra lo lejos que se puede llegar sin pretensio­nes ni ansias de originalidad”.

C. SUÁREZ

Telva, noviembre de 2012

Nueva reseña de ‘Mala índole’

Por unos motivos u otros, Javier Marías viene siendo noticia desde hace semanas. El suceso más controvertido, lógicamente, ha sido su negativa a aceptar el Premio Nacional de Literatura por su novela Los enamoramientos. Significativamente, antes había aceptado de buena gana el premio que los lectores de Babelia le habían concedido por considerar que esa misma novela había sido la mejor de las publicadas en 2011. El premio oficial en cambio lo ha rechazado alegando que hubiese sido una “sinvergonzonería” embolsarse los honores públicos y los 20.000 euros que conllevan dichos honores. Aunque aceptar un reconocimiento “privado” como el que supone la votación de los lectores de una publicación y rechazar otro “oficial”, siempre susceptible de manipulación política, parece en principio una postura bastante coherente, no han faltado quienes han considerado que lo sinvergüenza era ponerse digno y no aceptar el premio.

Otra de las razones por las que Javier Marías está siendo noticia, esta vez por razones estrictamente literarias, es la aparición de dos volúmenes de recopilaciones, en ambos casos publicados por Alfaguara. Uno de ellos es Vidas escritas, aquel estupendo libro publicado en los años noventa y en el que se hablaba con desenfado de las manías, fobias, aficiones y rarezas de gente como Conrad, Faulkner, Nabokov, Lampedusa y demás figuras literarias de primer orden, tratadas con evidente cariño pero también en una actitud claramente desmitificadora. Quien se lo perdió entonces tiene ahora una ocasión de rectificar su error.

Por último, aunque literariamente sea lo más ambicioso, está la recopilación casi completa de los cuentos que Javier Marías ha venido escribiendo a lo largo de sus 30 o 40 años de carrera. El volumen lleva por título Mala índole, un relato que el propio Marías considera “el más largo y acaso el más logrado” de sus piezas breves. El subtítulo es engañoso: Cuentos aceptados y aceptables. En principio, podría tratarse de una nueva categorización por géneros, ya que, en palabras del autor, los primeros son aquellos relatos “de los que aún no se avergüenza”, mientras que los segundos son “aquellos de los que sí me avergüenzo un poco, pero no demasiado”. Sin embargo, no hay que dejarse ofuscar por esta terminología algo engañosa, y creo innecesario resaltar ese guiño de complicidad que es el “aún” incluido en la apreciación de la primera categorización. Aceptados o aceptables, el autor los considera “las mejores piezas cortas de ficción” que ha escrito. El primer epígrafe incluye 23 relatos y el segundo otros 7 más. La mayor parte de ellos estaban incluidos en dos volúmenes titulados “Mientras ellas duermen” y “Cuando fui mortal”. Pero los hay, como el que da título al libro aunque también otros, que eran muy difíciles de encontrar.

Por descontado que los lectores asiduos se van a encontrar con viejos conocidos y situaciones que les resultarán muy próximas. Pero sobre todo van a poder disfrutar de la habilidad de Javier Marías para crear un universo de fantasmas, asesinos, obsesos, mujeres peligrosas, situaciones equívocas o encuentros imposibles siempre a partir de la más próxima y reconocible cotidianidad. El narrador desde luego, pero también gran parte de los personajes y las situaciones descritas empiezan siendo perfectamente normales: un tipo que va al hipódromo a pasar el rato, otro que mira la calle desde la ventana de un hotel, el que se sube a un ascensor como hacen tantos millones de personas todos los días. Lo que pasa es que, tras esa primera capa de normalidad cotidiana, hay un universo que bulle de contradicciones, anhelos, deseos inconfesables y desenlaces inesperados. Por ejemplo ese tipo que está en la playa con su mujer y que por no querer sufrir una mezcla tan insoportable como es la arena y las lentillas no ve nada de cuanto le rodea y está obligado a depender de las descripciones que le hace su mujer. Hasta que, intrigado por algo que ella le dice, y siguiendo su consejo, se vale de un sombrero de paja a través de cuyas rendijas verá por si mismo aquello que llama su atención y que por descontado acabará siendo inesperado, intrigante y hasta terrorífico. Porque incluso así, aunque la relación con el mundo sea mediante un vínculo tan extravagante y poco práctico como es un sombrero de paja (un oftalmólogo lo explicaría diciendo que al forzar la vista para ver a través de las rendijas de la paja el ojo miope recupera por un instante la visión normal) el mundo te alcanza igual y te ves tan implicado en la vida como quien se siente protagonista de la misma y pretende estar siempre en primera línea o cree ser quien maneja las riendas. Pero basta con que el ascensor se detenga sin motivo para que todo cambie, quizá de forma decisiva.

JAVIER FERNÁNDEZ DE CASTRO

El Boomeran(g), 6 de noviembre de 2012

Libros más vendidos

‘Mala índole’. Entrevista y reseña

Foto. Danilo de Marco

Javier Marías: “Muchos personajes de mis novelas se cuelan en mis relatos”

Hace una semana, Javier Marías tomó su abrigo y bajó de su departamento rumbo al Círculo de Bellas Artes de Madrid, donde llegó caminando tras fumar un cigarrillo.

El escritor hispano estaba decidido. Daría una conferencia de prensa tras rechazar el Premio Nacional de Narrativa dado por su novela Los enamoramientos (2011), galardón entregado por el Ministerio de Cultura de España y dotado de 20 mil euros. Marías explicó: “Nunca recibiría un premio institucional”.

Hoy, el premio Rómulo Gallegos, Herralde y José Donoso dice a La Tercera desde Madrid: “El Estado no debe darme nada por efectuar mi tarea de escritor”, y da el tema por cerrado, aunque la historia podría ser un argumento para un relato.

A inicios de octubre, Marías ya había dado que hablar por la publicación de Mala índole (Alfaguara). Libro que reúne 30 cuentos salidos de sus dos únicos títulos de narraciones breves: Mientras ellas duermen (2000) y Cuando fui mortal (1996). “Es posible que no escriba más relatos”, dice a los 61 años, y cuenta que la mayoría de ellos fueron escritos por encargo para publicarse en la prensa. El volumen aún no tiene fecha de llegada a Chile.

Además, por esos agitados días se unía otra noticia. La editorial británica Penguin lo incluía en Modern Classics, la serie donde están publicados autores como Marcel Proust, James Joyce, Nabokov y Borges, entre otros clásicos.

El sello editó sus novelas Mañana en la batalla piensa en mí, El hombre sentimental, Corazón tan blanco (con prólogo de Jonathan Coe) y Todas las almas, con introducción de John Banville. El autor irlandés anota: “Es una obra, a la vez, afectuosa y vengativa, profunda, conmovedora, deliciosamente extraña y maravillosamente graciosa”.

Javier Marías dice de Coe y Banville: “Son dos autores que admiro, y ya me pareció un honor que se prestaran a escribir esos prólogos sin que yo los conociera de nada. Ambos textos me parecen muy inteligentes y perspicaces, y los agradezco mucho”.

Cortázar sin Rayuela

¿Qué lugar ocupa el cuento dentro de su producción?

Durante mucho tiempo estuve de acuerdo con lo que decía Isak Dinesen, una de las más grandes maestras del cuento: “Uno puede contar Alí Babá y los cuarenta ladrones, pero no Ana Karenina”. O dicho de otro modo: un cuento casi siempre aguanta la pérdida de las palabras con que fue escrito, y aun así puede volver a contarse; una novela no, necesita todas sus palabras para seguir siendo lo que es.

¿Hay historias de sus relatos que dialogan con sus novelas?

Sin ir más lejos, hay uno que “coincide” con un fragmento de mi novela Corazón tan blanco. Si ese fragmento se interrumpe y se le pone un final abierto, se convierte en el cuento ‘En el viaje de novios’. Otro, ‘Lo que dijo el mayordomo’, que está entre los que prefiero, tuvo su origen en un artículo de prensa, parte del cual es reproducido. Muchos personajes de mis novelas se cuelan en mis relatos.

¿Le interesa el cuento latinoamericano?

Borges es sus relatos sobre todo. Julio Cortázar era mucho mejor cuentista que novelista. Rayuela me pareció siempre un crucigrama sobrevalorado, mientras que algunas de sus historias son excelentes, como muchas de García Márquez. No es una tradición tan rica como la anglosajona, pero sí mucho más que la española.

¿Trabaja en una nueva novela?

Sí, en la medida en que en mis novelas las “ideas” están antes que la propia escritura del texto. He empezado lo que podría acabar siendo una nueva novela, pero aún no he llegado al punto en que sé que, buena o mala, va a existir en todo caso. Trabajo con muchas interrupciones, sobre todo por los viajes para acompañar la salida de Los enamoramientos en diferentes países. Es curioso, cada novela anterior tiene una estela tan larga que casi le impide a uno acometer la siguiente. Al fin y al cabo, todas mis últimas novelas han sido escritas con las mismas dificultades de concentración y de tiempo. Y llegaron a ser terminadas.

La Tercera, 1 de noviembre de 2012

UN LIBRO CADA SEMANA. Mala índole

Javier Marías fue noticia hace unos días por su rechazo al premio Nacional de Narrativa que el jurado le concedió por Los enamoramientos, su última novela. Lo curioso es que han coincidido casi exactamente en el tiempo el premio y su rechazo con la publicación, reedición más bien, de sus cuentos en un solo volumen y con algunos añadidos. Del rechazo al premio ya se ha hablado mucho. Solo puedo añadir que me parece plenamente coherente con lo que él llevaba años diciendo, de manera que hay que alabar la fidelidad a su palabra. No entiendo a quienes dicen que la suya es una actitud altiva. Creo que conocen poco a Marías. Y entiendo poco también a quienes dicen que no escribe bien. Por supuesto, comprendo que haya gente a quien no le gusta, pero su literatura está extraordinariamente trabajada y su lenguaje, forzando los límites de la ortodoxia, tiene un verdadero efecto hipnotizador sobre el lector. Algo que muy pocos consiguen.

Mala índole recoge, básicamente, cuentos procedentes de dos libros ya publicados con anterioridad: Cuando fui mortal y Mientras ellas duermen. A ellos, ha añadido un puñado más, entre los que destaca ‘Mala índole’, el más largo y que da título al volumen, que estaba desaparecido en el mercado editorial español. Por cierto, es una colección muy heterogénea en sus dimensiones (fruto de que, como dice el autor, muchos han sido escritos por encargo y eso introducía algún tipo de limitación), tanto que algunos son de una extraordinaria brevedad y otros parecen novelas cortas o lo que los franceses llaman nouvelles. Encontramos aquí argumentos, situaciones y desarrollos que son familiares a los lectores de Marías. Ese narrador reflexivo, las largas parrafadas de los personajes, las situaciones llevadas al límite con el afán de situar al narrador ante un dilema moral… Y aparecen también personajes que salieron o saldrían más tarde en sus novelas. Con seguridad no es el mejor, pero hay un texto de este libro que es mi favorito, ‘Un inmenso favor’, en el que, por un malentendido, o quizá no, un amigo del narrador sabe que éste tiene un problema con una tercera persona, y le presenta, así por las buenas, a un asesino a sueldo para que le resuelva la dificultad. Y el asesino es un tipo curioso que, pese a su oficio, trata de convencer a sus clientes de que deben buscar otra forma de resolver sus problemas.

CÉSAR COCA

El Correo.com, 6 de noviembre de 2012

Marías, elogio dello scrittore su commmissione
PAOLA DEL VECCHIO
Il Mattino, 4 novembre 2012

Reseñas de ‘Mala índole’ y ‘Vidas escritas’

Mala índole entre los libros más vendidos

Mala índole

No es fácil determinar en qué libro dio Javier Marías (Madrid, 1951) con ese tono que se mueve a sus anchas en su escritos, y al que nos rendimos quienes encontramos que su prosa conforma un lugar de encuentro ineludible en la narrativa española contemporánea. Mucho menos fácil es explicar en qué se sustenta ese aliento que le ha convertido en un escritor de culto (los de voz propia, según Herralde; voz que sorprende, exige y excita al lector), capaz de figuraciones que (en palabras de uno de sus personajes) pertenecen también a la vida y contribuyen a ensancharla y a complicarla, y a hacerla más turbia y a la vez más aceptable, aunque no más explicable (o sí, de muy tarde en tarde). Por eso, no es difícil dar simple noticia de un libro que reúne todos sus relatos y pone a disposición de cualquier lector una muestra única, de historias que suceden en su universo, sin poner el énfasis en la idea de que no hay mejor manera de justificar lo dicho que entrando en materia.

Mala índole es el título que el autor ha querido para su compilación: un total de 30 relatos que dan cumplido detalle de un haber cuentístico acumulado en décadas de ejercicio narrativo, con la novela ocupando el primer lugar de su escritura, pero sin dejar, por ello, el cuento. De no ser así no tendríamos los doce relatos aquí incluidos deCuando fui mortal, ¡insuperables!,o los catorce de Mientras ellas duermen; ni cuatro más, que circulaban perdidos y eran, por ello, inencontrables. Aquí figuran como lo ha dispuesto Marías: “cuentos aceptados”, (aquellos de los que aún no se “avergüenza”), “cuentos aceptables”, (aquellos de los que “se avergüenza un poco) e “inaceptables” (los anteriores a 1968, “prehistóricos”, dice).

Mala índole es uno de ellos, el más largo y logrado -según su autor-, sólo distribuido en otras lenguas; el que, según él, justifica esta recopilación; lo que secundamos con un carácter menos restrictivo, pues donde él dice que la ocasión permite únicamente “recuperar”, añadimos nosotros que brinda la oportunidad de volver a disfrutar, a unos, y degustar por primera vez, a otros. Aunque no es vana su defensa de que el relato que sirve de título busca significar el conjunto, desde el sarcasmo de la dedicatoria (“Para quien ríe a mi oído”) al estilo demoledor, pues solo las artes de un maestro logran con elementos que consiguen de la mayor incongruencia el grado de realidad: un rodaje en Acapulco, el azar, un perseguidor, un perseguido, la urgencia del odio, la negación de la tregua y de la astucia y de la estratagema… ¡Una perla!

A otras presencias estamos habituados: voyeurs, fantasmas, médicos nocturnos y males que vuelven, amores y seres impalpables corroborando la tesis de que ellos, los fantasmas, viven presos en la maldición del recuerdo total y completo, sin pasado y sin tiempo; nosotros, los mortales, mantenidos por la espera, por el verbo “suceder”, presos del pasado, el presente y también el futuro. A sus maestros, Henry James, Chejov, Maupassant; a sus miedos y sus paradojas. A una arquitectura compleja y un estilo en consonancia: concreto y excesivo, ácido y conmovedor, trascendente y trivial; para el que algunos necesitan paciencia y devoción y esmero, y otros tranquilidad y contento, y otros simple afán de merodeo para perderse en lo sucedido en sus libros. Mentiras tan bien urdidas, tan espléndidamente narradas, que el mayor desatino, el exceso, se torna contención. Huelga decir más.

Léanlo. Porque si bien es cierto que muchos practican este arte de la fabulación y la improvisación, son pocos los facultados. Y no es menos cierto, como cuenta Marías que enseñó Borges mejor que nadie: las mismas páginas, leídas y releídas, pueden, como es el caso, no ser las mismas.

PILAR CASTRO

El Cultural, 2 de noviembre de 2012

Vidas escritas

El revuelo originado estos días por la renuncia de Javier Marías al Premio Nacional de Narrativa por su novela Los enamoramientos pone de relieve tanto la cizaña de algunos tiñosos como una extraña coherencia del autor. Su postura es pública desde hace suficiente tiempo en entrevistas y algún conocido artículo, donde se ponía la venda antes de que algunos le cortaran el revesino, parafraseando a Cervantes. En pasado remoto, sin embargo, aceptó el Rómulo Gallegos, premio aún hispano, institucional. La argumentación no resulta del todo convincente: las instituciones representan a los pueblos y, por otro lado, la ausencia de premios para ciertos escritores de su misma cuerda no invalida la validez, en algunos casos, del premio. Hablar de premios es hablar de la lluvia y ya sabemos lo que opinan los campesinos del tema. Sea como fuere, uno puede defenderse de las críticas; contra el elogio se está indefenso, afirmaba Freud.

Y, recientemente, Marías ha sido incluido en la prestigiosa colección de Clásicos Modernos de la editorial Penguin, una selecta nómina donde hay pocos escritores de lengua española: Lorca, Borges, Neruda, García Márquez y Octavio Paz. Además es el escritor español de mayor proyección internacional. En el extranjero se lee con auténtico entusiasmo sus novelas. Su última novela, Los enamoramientos, demuestra la continua ambición literaria del autor, señal inequívoca de escritura exigente durante más de 40 años. Un juicio sosegado no puede soslayar su valía. Cuando ciertas críticas caen del lado estilístico o sobre los usos lingüísticos de Marías, con frecuencia señalan más la inepcia lectora del crítico que posibles yerros del escritor. Después a los gustos, la paleta del pintor. Pero ese es otro cantar.

Estos días en que el autor está en el candelero, con nueva obra, el alboroto del Premio Nacional y su inclusión en Penguin, pudiera pasar por alto la reedición ampliada de Vidas escritas, selección de biografías de escritores redactadas como breves relatos por Marías. Obviemos la voracidad de la maquinaria editorial y su interesada reedición. Aquí topamos con las delicadas esperas de Rainer Maria Rilke en pos de la inspiración, angelical o no, el tortuoso final de la relación entre Conan Doyle y su famoso personaje Sherlock Holmes, la idea precisa de literatura que tuvo el exiliado Nabokov, el régimen sibarita a base de champagne y ostras de Isak Dinesen o la temida personalidad del taciturno James Joyce, por mencionar algunas curiosidades del libro.

A la postre, cada una de estas biografías cae sin empacho en lo “exagerado y maniático como todos los escritores”, como Lampedusa, que hablaba a cada uno de sus perros en una lengua distinta. No es condición indispensable ser maniático para ser buen escritor, que Marías ponga el acento en esta interpretación clásica y con asiento en la tradición literaria, es intencional, una clave de lectura y una forma de entender la literatura y, si nos ponemos, la vida. No en vano, el autor madrileño confiesa en el prólogo tratar a esos literatos conocidos por todos “como a personajes de ficción”. En efecto, se prescinde de la clásica y molesta hagiografía, patrón de corte de este tipo de libros. La mirada de Marías favorece al libro que sirve de auténtico recreo para la curiosidad del lector interesado en menudear la vida de sus escritores predilectos. El texto reafirmará a aquellos que señalan el exceso de influencia anglófona de Javier Marías, la mayoría yerra en este caso. La misma presencia tiene en su literatura la lectura bien aprendida de nuestros mejores clásicos, Cervantes a la cabeza, y, en cierta forma, en ese vestir y desvestir a la musa de la tradición va el juego literario de nuestro académico escritor. Vidas escritas, vidas leídas, en el espejo literario de encarar la realidad andamos.

FRANCISCO ESTÉVEZ

El Imparcial, 28 de octubre de 2012

Los cuentos pendientes de Marías

Javier Marías no es un escritor pródigo en su producción. Sin duda la creación literaria, al menos la que distingue a Marías, necesita largos procesos de gestación y maduración. Marías publicó su última gran novela el año pasado, por ello sorprende que apenas un año después lleguen al mercado literario dos nuevos libros suyos, y de golpe. Ambos editados por Alfaguara. Sorprende menos si al acercar nuestro interés vemos que se trata de un libro de relatos compilados, por tanto ya editados anteriormente y de un libro menor, sin duda, titulado Vidas escritas que es una suerte de acercamiento de Marías a curiosidades y perfiles biográficos de una lista de escritores que han conformado su educación literaria.

Mala índole es el título que da nombre al repertorio de cuentos que Javier Marías nos obsequia y también el título de uno de ellos, el más travieso quizás en su redacción, el que contiene mayores dosis de aventura y un aire folletinesco de alto nivel.

Mala índole contiene treinta relatos, escritos a lo largo de casi 30 años. De ellos, 23 son cuentos «aceptados», según los califica el propio Marías y otros 7 «aceptables». Unos y otros suponen una puerta abierta al rico universo literario de Marías, un adentrarse en todos los engranajes mentales que ha ido encajando en su escenario narrativo y que aquí se exponen en esta treintena de cuentos entre los que hay algunos que están «entre lo mejor que he escrito», ha dicho el propio autor. Especialmente los titulados “Mientras ellas duermen” o “Cuando fui mortal” podrían configurar ese exquisito club de cuentos imborrables.

Completan el repertorio otros cuatro cuentos que habían aparecido en periódicos, por encargo, pero nunca editados en libro, como es el caso de “Mala índole” que se publicó en varias entregas, y que despliega toda una divertida historia sobre las hilarantes andanzas de Ruibérriz de Torres, uno de los personajes típicos de Javier Marías, que hace aparecer de manera más o menos fugaz en diversos relatos, pero que aquí protagoniza toda una comedia de enredos durante el rodaje en México de una película con Elvis Presley.

Con una capacidad genuina para cautivar y activar la imaginación de los lectores, con ese estilo mundano, elegante y enormemente seductor por su desenvoltura, Javier Marías pone al servicio del lector unos cuentos realmente atrayentes, con una madre convertida en actriz porno por necesidad, un asesinato con raíces homosexuales, un asesino a sueldo que prefiere no serlo. Hay mucho de sorna y humor negro mezclados con la ironía británica, un cóctel que Marías agita a la perfección para ofrece una obra de sabrosas genialidades.

A la par que Mala índole, Alfaguara nos trae Vidas escritas, que con ese estilo desenvuelto de Marías nos acerca aspectos menos conocidos y en muchos casos jocosos o vulgares de la vida de veinte genios de la literatura, todos ellos emparentados con Marías en cuanto que conforman y alimentan su equipaje literario. Son sus padres intelectuales. Aún así, Marías nos divierte con historias como la enorme irritabilidad de Joseph Conrad; o como James Joyce no probaba nunca el vino blanco pues una oftalmóloga le dijo en una ocasión que era muy perjudicial para la vista, que en su caso ya era escasa; nos descubre como Ivan Turgeniev le prestó dinero a Tolstoi y Dostoievski que lo habían perdido todo en el juego; y si Conrad era irritable Rudyard Kipling era un tipo huraño, que apenas tuvo amigos en su vida y sin embargo gozaba de una popularidad propia de un artistas de cine actual; o este último caso: Nabokov, que nunca tuvo casa propia tras su exilio y que tenía en las mariposas su gran pasión, fue un consumado portero de fútbol, primero en su Rusia natal y luego en Cambridge.

JAVIER GARCÍA RECIO

La Opinión de Málaga, 20 de octubre de 2012

De Oxford a Alcatraz. Cuentos de Marías

Winslow Homer

Los hechos son tercos, y Javier Marías acaba de ser editado en Inglaterra por “Penguin Classics”, un honor solo alcanzado por cuatro escritores españoles, Cervantes, Santa Teresa, Galdós y Lorca. Es cierto que cada día es más difícil distinguir la calidad excepcional de un gran escritor. El Nobel lo obtienen tarugos. Pero así y todo, cuando varias naciones cultas –Alemania, Italia, Inglaterra–bendicen a un escritor español, no será por capricho.

Como novelista, Marías ha sido descubierto hace tiempo. Su última novela, Los enamoramientos, ha sido un best-seller en España, en un año de pésimas ventas de libros. Ahora nos sorprende con la edición completa de sus cuentos, treinta narraciones bajo el título Mala índole. Cuentos aceptados y aceptables.

Es muy posible que Marías sea incluso mejor cuentista que novelista. La novela permite y exige el remanso narrativo para tomar fuelle dramático y realzar la intensidad episódica. Pero en el cuento hay que hacer diana absoluta desde la primera a la última palabra. Conseguir dibujar a un personaje en diez páginas, con brío e intensidad, roza el prodigio. Pienso en “El jardín de los senderos” de Borges, un cuento digno del suspense de Hitchcock. Pero eso sucede, por ejemplo, en “Un inmenso favor”, donde se nos pinta a un sicario, un asesino a sueldo, en el bar del Hotel Palace de Madrid. Es un relato digamos inédito que ahora disfrutamos en forma de libro.

La trama es un prodigio de invención. Lo mismo sucede con “Un sentido de camaradería”, que tampoco había visto la luz editado en un volumen. Nos cuenta una boda en Ronda, pero con una perspectiva insólita, un mamarracho, un bocazas, que alardea de su machismo fanfarrón. El tono de comicidad irresistible unido a una nota de cinismo nupcial, si puede decirse así, es magistral. La pena es que al final el mamarracho no termine reventado al fondo del abismo rondeño. Hay cuentos ya clásicos del autor, “Cuando fui mortal”, “En el tiempo indeciso”, “La canción de Lord Rendall”.

El volumen acoge treinta piezas, todas ellas dignas de atenta lectura. El tema del doble o el impostor realza las páginas de Lord Rendall. El uso del tiempo como suspense a lo Sterne, lo vemos en la bota de un delantero veleidoso y una novia húngara despechada.  

Pero si hay un cuento notable en esta edición, sin duda es el titulado “Mala índole”. Se trata en realidad de una novela breve con apenas dos o tres páginas de un ritmo endiablado, jadeante, que contagian el texto entero. Un ritmo de fuga infinita perseguido por narcos o hampones de mala muerte en Ciudad de México. No hay nada similar en la obra de Marías. Nos pinta un rodaje en Acapulco de Elvis Presley.

Llega uno a preguntarse si la biografía del autor madrileño es fiable, o si por el contrario, en lugar de dar clases en Oxford o Boston, ha estado a la sombra en algún presidio de campanillas. No sé, un doctorado en delincuencia comparada por Alcatraz o Sing Sing. El estrangulador de Chamberí. Su familiaridad con ese mundo, su simpatía o cercanía, su forma de codearse con personajes siniestros, nos deja atrapados a la página como meros comparsas. Es casi imposible asimilar ese mundo sin haberlo vivido. ¿Basta el cine o la imaginación literaria para lograrlo? Tengo mis dudas. “Mala índole”se puede parangonar, ya lo dije en su día, con Sed de mal de Orson Welles.

Vidas escritas es la prueba de fuego de que JM ha dado clases de alta literatura en Oxford y Boston. Es quizá el único español que se conoce a fondo a Henry James, Conrad y Stevenson. Tiene memoria de elefante olvidadizo. Por no hablar de Shakespeare o Sterne. En estas semblanzas inventa la biografía de la trastienda del escritor famoso, su retrato in fraganti, por así decir. Un fulano con calva de teólogo y ojos de chamán. Un virtuoso del tópico. Stevenson como  pirómano californiano. JM no biografiza, lapida. En América lo idolatran como el autor de Vidas escritas.

CÉSAR PÉREZ GRACIA

Heraldo, 18 de octubre de 2012

                                 

Arte del detalle

Tengo por cierto que Javier Marías es uno de los grandes escritores de cuentos de las últimas décadas, y sin embargo esta faceta de su literatura ha permanecido semioculta, quizá por la in­tensa sombra que proyectan sus novelas. A los que creemos en la buena salud del cuento español actual, el que escriben los nuevos nombres, tendría que sorprendernos lo poco que aparece Marías entre las preferencias de los jóvenes cultivado­res del relato. Así las cosas, ahora se pre­senta una excelente oportunidad para re­correr el conjunto de su obra y poder descubrirla.

Se recoge en este libro [Mala índole] su obra completa en el género, los denominados cuentos aceptados y los aceptables, que reúne dos volúmenes de relatos: Mien­tras ellas duermen (1990, ampliado en 2000) y Cuando fui mortal (1996), más cuatro piezas sueltas. Ninguno fue conce­bido como libro unitario, sino recopila­torio, pero en ambos hallamos cuentos memorables: ‘La canción de Lord Ren­dall’, ‘Mientras ellas duermen’, ‘Lo que dijo el mayordomo’, ‘Cuando fui mortal’ y ‘No más amores’, a los que habría que añadir Mala índole (1998). Son temas habituales el deseo de descifrar un enigma o de alcanzar la verdad; el paso del tiempo y sus efectos, junto con la venganza o el amor como pasión que nos aboca a la muerte.

Asimismo, tres características de diver­sa entidad los singularizan: muchos de estos relatos, publicados primero en dia­rios y revistas, son el resultado de un en­cargo; varios han sido retocados en diver­sas reimpresiones; y en ellos es común el trasvase de géneros, del artículo al cuen­to y del relato a la novela, o la adapta­ción, como la sufrida por ‘Serán nostal­gias’ respecto a ‘No más amores’, prueba de que el mismo relato puede contarse varias veces con distintas palabras.

De las cuatro piezas nuevas en el volu­men, destacaría ‘Mala índole’; en castizo: malas pulgas, mala baba o mala leche. En ella se nos cuenta un episodio de la existencia de Ruibérriz de Torres, quien en 24 horas pasa de trabajar como profesor de dicción e intérprete de español de Elvis Presley, en el rodaje de una anodina película de Hollywood, a ser abandona­do por el cantante y su partida en un garito cutre del DF, entre matones, a ries­go de ser asesinado. Aun así, acaba con­virtiéndose en verdugo. Sorprende que estos peligrosos avatares ocurran sin ra­zón alguna, envuelto el narrador en un absurdo embrollo de machotes vanidosos. Se trata, por tanto, de un cuento sobre la servidumbre de la fama, la mane­ra caprichosa en que gira la débil rueda del mundo y acerca de lo gratuita que parece haberse vuelto la existencia, des­de el momento en que casi todos nues­tros actos se han vaciado de sentido.

Para Marías escribir es siempre un camino para averiguar algo, un modo de conocer los resortes que activan la conducta humana. De forma semejan­te a como ocurre en sus novelas, en la narrativa breve convive la especula­ción y la trama, el discurso y la historia. Los mismos personajes reaparecen en otros re­latos, o en sus novelas, en un viaje de ida y vuelta. Pe­ro, sobre todo, lla­man la atención los diversos narra­dores, a menudo observadores de he­chos sorprenden­tes que nos rela­tan lo que les dije­ron, hasta el pun­to de que varias historias podrían haberse titulado, a la manera del cuento sobre el mayordomo: ‘Lo que dijo el escol­ta; el fantasma, el actor porno…’; o que han vivido al­go que solo logran comprender tiem­po después, más allá de lo espera­do o previsto.

En el caso de que existiera un re­lato tipo de Javier Marías, el narra­dor sería siempre alguien ansioso por transmitir la peripecia que ha oído, a veces por puro azar, o que le han contado previamente. En ellos predomi­na, por tanto, la historia, que transcurre entre lo acaecido y lo posible. El estilo no resulta menos errabundo que en sus novelas, ni tampoco faltan los retratos precisos de personajes, los llamados mi­ramientos. Los comienzos y finales tien­den a ser singulares, y a veces se conec­tan, aunque en los relatos de misterio el enigma solo se desvela a medias, o se duplica en el desenlace. En suma, po­dría decirse que sus cuentos son hijos de sus novelas, tal como comentaba Cortázar de los de Henry James.

Lo indudable es que su interés por el género, ya sea en calidad de prolo­guista, mero lector, traductor o articu­lista, ha sido constante. No en vano, se ha ocupado de la narrativa breve de Thomas Hardy, Isak Dinesen (su prefe­rida), Nabokov o Salinger, mostrando siempre devoción por los cuentos de terror o de fantasmas, y en la actuali­dad por las piezas de Alice Munro. A pesar de que su cuento más reciente date de 2005 y en el prólogo comente que quizá no vuelva más al género, a quienes hemos disfrutado con sus rela­tos nos queda esperar que incumpla su palabra.

FERNANDO VALLS

El País, Babelia, 20 de octubre de 2012

En el bosque de libros

Entre el cuento y el olimpo literario

Foto. Álvaro García

Javier Marías ingresa en el selecto club de autores publicados en la serie Modern Classics de la editorial británica Penguin

El escritor y académico reúne todos sus relatos en el volumen Mala índole

El recibidor en penumbra guarda una muestra de una felicidad “inverosímil”. En el suelo hay varias pilas de libros de donde Javier Marías coge cuatro de ellos, y avanza hacia el salón donde el sol de la tarde entra implacable por el balcón. Se le nota contento, y con estos libros de bolsillo en la mano confiesa: “Tiene algo de inverosimilitud el que yo esté ahora en la colección de clásicos modernos de Penguin. Cuando yo estudiaba en Inglaterra los compraba para leer a escritores como Conrad, Faulkner, Joyce o Virginia Woolf… Es un honor estar ahí”. Luego esboza una sonrisa y dice: “No puedo pensar que ahora sean menos exigentes en la selección de sus autores”, y su risa expresa lo que siente al ser uno de los poquísimos escritores en español que forman parte de esa colección, Modern Classics, junto a Lorca, Borges, Neruda, García Márquez y Octavio Paz.

Las cuatro primeras obras que ha cogido Marías (Madrid, 1951) acaban de salir y Penguin se las ha enviado: Todas las almas (con introducción de John Banville), Corazón tan blanco (con introducción de Jonathan Coe), Mañana en la batalla piensa en mí y El hombre sentimental. Deja los libros sobre la mesa y toma algunas de las pruebas de carátulas de los otros tres títulos que editará Penguin y que le ha enviado para su aprobación: Negra espalda del tiempo, Cuando fui mortal y Vidas escritas.

Y a un “honor” se suma la alegría de ver la portada que harán en primavera en Inglaterra de su última novela: Los enamoramientos, que saldrá también en Noruega y Finlandia, y que conservarán la imagen de la española.

Es uno de los poquísimos escritores en español que forman parte de esa colección, Modern Classics, junto a Lorca, Borges, Neruda, García Márquez y Octavio Paz

Tras el asomo a ese futuro entusiasta, Marías se sienta en el sofá pegado a la pared, justo al borde de donde cae la columna de sol venida del balcón, y habla del presente en el que acaba de publicar una antología que reúne sus dos libros de cuentos. No es cualquier antología. Poco habitual, o tal vez única por el proceso de selección. Él mismo ha dividido sus relatos en Aceptados (“De los que aún no me avergüenzo”) y Aceptables (“De los que sí me avergüenzo un poco pero no demasiado”), donde ha incluido el primero, escrito con 14 años, La vida y la muerte de Marcelino Iturriaga. El título completo es Mala índole. Cuentos aceptados y aceptables (Alfaguara) con un total de 30 relatos en los que Marías busca ahorrarle tiempo al lector para que se salte las historias aceptables. Mala índole recupera el título de uno de los cuatro relatos que aparecen en el volumen y que no estaban en ningún libro.

La mayoría de esos cuentos han sido por encargo. Marías, camisa gris remangada y pantalón negro, recuerda que un buen número de obras de pintura y música han surgido por encargo de mecenas o reyes, y en su caso por petición de publicaciones, entre ellas El País Semanal. Este libro es la totalidad de su aportación “al noble género del cuento”, al que no cree que vuelva.

Con un cuento he tenido la sensación de plenitud, que dices: ‘¡Caray, qué maravilla, es algo perfecto!’. A veces, la lectura de un cuento es casi exultante. Algunos te pueden producir una especie de euforia, de algo acabado, perfecto, una obra maestra, algo que en una novela es más difícil conseguir

Un género que le gusta casi más como lector. “Es muy difícil que un autor quede completamente satisfecho de una novela en cuya estructura debe tener altibajos, porque no puede sostener el mismo grado de intensidad todo el tiempo, y sería agotador; debe tener momentos de transición, explicativos o descriptivos o funcionales que den luego paso a esos pasajes más interesantes e intensos”. Le vienen, entonces, las palabras de Juan Benet cuando decía que una novela se justifica por una sola página. “Pero esa página no es nada sin lo que la precede y lo que le sigue”.

Sobre la diferencia entre cuento y novela asegura que la mejor novela del mundo la ha disfrutado mucho, pero con altibajos. “En cambio, con un cuento he tenido la sensación de plenitud, que dices: ‘¡Caray, qué maravilla, es algo perfecto!’. A veces, la lectura de un cuento es casi exultante. Algunos te pueden producir una especie de euforia, de algo acabado, perfecto, una obra maestra, algo que en una novela es más difícil conseguir”.

Mientras continúa compartiendo su entusiasmo por los efectos de los buenos cuentos, Marías saca un cigarrillo y juega con él entre los dedos. Y confiesa sin reparo que tal vez allí se encuentren sus mejores pasajes literarios. Entre sus cuentos favoritos o de los que más orgulloso se siente están Mientras ellas duermen, (una historia que será llevada al cine), Todo mal vuelve, Cuando fui mortal, Lo que dijo el mayordomo y Mala índole. Siguiendo con favoritos, entre los autores de relatos señala a Henry James, Conrad, Kipling y Maupassant. Los 30 relatos de Mala índole “tienen”, afirma, “un elemento de zozobra, algo inquietante, amenazante… perturbador”.

¿Y el cuento de la política y los políticos que suele abordar en sus columnas de opinión? “Son suicidas de los balcones. Como esos turistas extranjeros que hacen balconing” al actuar tan mal. Pero, aun así, reconoce que él es el primer interesado en que ellos se cuiden y no salten de un balcón a otro. “No sé qué más podemos hacer, pero no quiero que los sustituyan por millonarios o técnicos”.

Hoy que se anuncia el premio Nobel de Literatura, Javier Marías cree que lo merecería Alice Munro, que es una gran cuentista canadiense, o el estadounidense Cormac McCarthy. ¿Y Philip Roth? “Me cansa. Su mundo literario no me interesa”.

WINSTON MANRIQUE SABOGAL

El País, 11 de octubre de 2012

Wayne Wang llevará al cine “Mientras ellas duermen”, de Javier Marías

Wayne Wang

Javier Marías (Madrid, 1951) parece que se ha reconciliado definitivamente con el cine tras su polémico y judicial desencuentro con la familia Querejeta, que llevó a la gran pantalla una de sus novelas, Todas las almas, bajo el titulo de El viaje de Robert Rylands. Una adaptación, dirigida por Gracia Querejeta y producida por su padre, que Marías repudió al considerar que no respetaba el espíritu del libro. La justicia le dio la razón, y el escritor tuvo que ser indemnizado en 2002 con 36.000 euros.

Cinéfilo confeso, Marías parecía no querer saber nada más de colaboraciones con el Séptimo Arte, al menos hasta el año pasado, cuando él mismo confirmó que estaba “en negociaciones con Hollywood para adaptar su novela Tu rostro mañana“.

Ahora, parece que ya está cerrada una nueva colaboración. “El director Wayne Wang dirigirá “Mientras ellas duermen” (1990)”, desveló ayer el escritor madrileño durante la presentación de una antología de sus cuentos, Mala índole (Alfaguara), en el Círculo de Bellas Artes de Madrid. Al parecer Marías ya ha vendido los derechos, y está cerrado el compromiso con el director de filmes como Smoke (1995), con guión de Paul Auster, o El club de la buena estrella (1993), una adaptación de la novela homónima de Amy Tan.

Literatura por encargo

Precisamente el cuento que lleva este nombre “Mientras ellas duermen”, forma parte de los 23 “aceptados” por Javier Marías para que formen parte de una antología que incluye casi toda su producción sobre este género, al que, reconoce, ha dejado un poco de lado en la última década. “Solo he escrito uno”. El motivo no es otro que la falta de tiempo, tiempo que ha dedicado en los últimos años a alumbrar novelas como su trilogía Tu rostro mañana o Los enamoramientos, del que ya se han vendido cinco ediciones en Alemania.

A estos 23 cuentos “aceptados”, como él los califica dentro de este volumen, se suman otros siete “aceptables”, según explicó ayer el escritor, que, por supuesto, ha dejado fuera de esta antología los “inaceptables”, casi todos ellos procedentes de sus años de juventud, y de los que hoy se avergüenza. De esta etapa tan solo ha rescatado uno, eso sí en el apartado de “aceptables”. Se trata de “La vida y la muerte de Marcelino Iturriaga” que fue publicado en 1968 pero escrito tres años antes, “cuando yo tenía 14 años”, recuerda.

En esta antología reúne cuatro décadas de cuentos: los ya publicados en otros dos volúmenes anteriores, Mientras ellas duermen y Cuando fui mortal, a los que se ha añadido ahora cuatro publicados en la prensa. Entre ellos se encuentra el que da título a la antología, “Mala índole” que gira alrededor de la película El ídolo de Acapulco que filmó Elvis Presley.

A pesar de su alejamiento del género, por motivos de tiempo y dinero -”todos los cuentos que he escrito han sido por encargo, y para ello debe haber una buena compensación económica”- , Marías confesó sentirse más satisfechos de sus cuentos que de sus novelas. No de todos, pero al menos si de cinco o seis de los que componen esta antología. “Quizá lo mejor que he escrito se encuentre en este volumen”. Y concede que tal vez tenía que haberse dedicado a escribir más “libros menores y menos novelas”.

Rebelde, cursi, pedante

Esta antología, además de poner al alcance de los jóvenes toda o casi toda la producción cuentista de Marías, sirve para apreciar la evolución del escritor. “Como todo el mundo he pasado por varias etapas, como la rebelde en la que pretendes ser duro; la cursi, o la pedante. Tendrán que pasar 40 años para averiguar en qué etapa estoy ahora”, bromeó.

Entre sus autores favoritos dentro del género, Marías mencionó a Henry James, M. R. James, Kipling, Chejov, Maupassant, Conrad, Faulkner y Poe. Y reconoció que en España hay menos tradición, “menos seguidores” del género. Cómo lector, también confesó que sentía más satisfacción al leer un cuento que una novela, y destacó como su relato favorito “La pata del mono”, de W. W. Jacobs.

Coincidiendo con el lanzamiento de esta antología, Alfaguara reedita el libro Vidas escritas, una recopilación de biografías sobre escritores realizada por Marias a lo largo de los años y aparecidas en distintas publicaciones. La lista incluye a Faulkner, Conrad, Isak Dinesen, James Joyce, Nabokov, Rainer Maria Rilke, Wilde y Yukio Mishima, entre otros.

El Nobel de Literatura para… Alice Munro

Cuando faltan horas para que se dé a conocer el ganador del Premio Nobel de Literatura, no podía faltar la pregunta a Javier Marías sobre quién le gustaría que lo ganara. La respuesta fue inmediata: “Alice Munro, una gran cuentista. Tampoco estaría mal que se lo dieran a Cormac McCarthy, aunque no me gustan mucho sus últimos libros.”, admite. ¿Y Murakami, cuyo nombre aparece constantemente en las quinielas?, le preguntamos. “No he leído nada de él -confiesa-. No por nada personal, solo que no me ha interesado nada de lo que he leído sobre él. ¿Es bueno?”.

SUSANA GAVIÑA

Abc, 10 de octubre de 2012

El escritor Javier Marías reúne cuarenta años de cuentos en “Mala índole”

Javier Marías escribió uno de sus primeros cuentos a los 14 años y, aunque su prestigio mundial se lo debe sobre todo a sus novelas, no dejó de practicar “el noble arte” del relato hasta 2005. Ahora, aparecen reunidos por primera vez sus mejores cuentos en Mala índole, que el escritor ha presentado hoy.

Publicado por Alfaguara, el libro constituye una excelente oportunidad para adentrarse en el singular universo literario de este autor y comprobar “las diferentes fases” por las que ha pasado a lo largo de cuarenta años.

Y es también una excelente ocasión para leer todos los cuentos de Marías porque, como ha señalado hoy el escritor en el Círculo de Bellas Artes, puede que no vuelva más a ese género en lo que le queda de vida, aunque “no es una decisión firme”.

En los últimos años, Marías (Madrid, 1951) ha estado dedicado de lleno a sus novelas, primero a ese gran proyecto literario de los tres volúmenes de Tu rostro mañana y luego a Los enamoramientos, un libro del que, según ha dicho hoy Pilar Reyes, directora de Alfaguara, se han vendido más de 150.000 ejemplares solo en España y se está traduciendo a numerosas lenguas.

El escritor le da vueltas a una nueva novela, de la que no quiso desvelar detalles, salvo que guarda cierta relación con uno de sus cuentos. Pero no dijo cuál.

Por tanto, “es posible que ya no escriba más cuentos” y que los reunidos en el volumen que ahora ve la luz “acabe siendo la totalidad aceptada y aceptable” de su contribución al género, afirma el escritor.

Y es que Marías ha incluido en este libro treinta relatos y los ha dividido en “Cuentos aceptados” (23), entre los cuales hay algunos que “quizá estén entre lo mejor” que él haya escrito en narrativa; y “Cuentos aceptables” (7), de los que, como confesaba hoy, se avergüenza “un poco”.

Fuera del libro se han quedado los “cuentos inaceptables”, la mayoría de los cuales son “prehistóricos” y fueron escritos hacia 1968, tres años antes de que publicara su primera novela, Los dominios del lobo.

Como luego diría en una entrevista con Efe, tiene también “una novela inaceptable”, de cuando era adolescente y que no publicará jamás.

Mala índole es la suma de dos libros de cuentos anteriores, Mientras ellas duermen, de 1990, y Cuando fui mortal, de 1996, a los que se le han añadido cuatro más, aparecidos en varias publicaciones.

Galardonado con innumerables premios, la mayoría de ellos concedidos en el extranjero, Marías se siente especialmente satisfecho de “cinco o seis cuentos”, entre ellos el que da título al libro, Mala índole, que fue publicado por entregas en El País en agosto del 96.

En ese relato, de casi 50 páginas, el escritor recupera a Ruibérriz, un personaje habitual en algunas novelas suyas, para contar ciertas peripecias ocurridas en el rodaje en Acapulco (México) de una película protagonizada por Elvis Presley. Al releerlo, le ha parecido “muy grato, logrado y divertido”.

También le gustan de forma especial “Cuando fui mortal” y “Mientras ellas duermen”.

Este último va a ser llevado al cine por Wayne Wang, el director de Smoke, aunque, de momento, solo se ha contratado la opción, fase en la que también están Tu rostro mañana y Corazón tan blanco. “En el cine es todo muy lento y puede suceder que al final no salga ninguno de los proyectos”, le decía luego a Efe.

También aparecen reunidos por primera vez en libro “Un sentido de camaradería”, “Un inmenso favor” y “Caído en desgracia”, escrito para ser leído en voz alta en italiano en un evento en Roma en 2005.

Henry James, Chéjov, Conrad, Maupassant, Faulkner, Kipling, Poe y Alice Munro figuran entre los cuentistas preferidos de Marías, que hoy se quejaba de que en España el cuento “nunca ha tenido demasiados seguidores”, a diferencia de lo que ocurre en otros países europeos y en Latinoamérica.

“Y no lo entiendo porque la sensación de plenitud que da un cuento difícilmente se logra con una novela, que, por su extensión, no puede tener el mismo tono de altura, la misma tensión todo el rato. Sería insoportable una novela así”, señaló el escritor, que en otro momento de la presentación dejó muy claro que no le gustan “los microrrelatos”, tan de moda ahora.

Algunos de los cuentos incluidos en Mala índole fueron escritos por encargo, un sistema que el novelista reivindicó hoy antes de recordar que obras maestras de la pintura y de la música fueron el resultado de encargos.

“Ahora no encargan demasiados cuentos, quizá porque, para aceptarlos, tiene que haber una buena compensación económica”, reconoció Marías con humor.

Tras la rueda de prensa, le preguntaron a Marías si le gustaría que le dieran el Nobel de Literatura a Murakami. “No lo he leído, pero no por una razón en especial sino porque lo que leí sobre él no me gustó”, respondía.

Ana Mendoza

Efe, 9 de octubre de 2012

Vídeo

Javier Marías sostiene que los recortes en Cultura “emparentan al PP con el franquismo”

El escritor Javier Marías cree que los recortes que el Gobierno ha aplicado en los presupuestos de 2013, en las diferentes áreas culturales, “emparentan al Partido Popular una vez más con el franquismo”, que se caracterizó por su “absoluto desprecio, cuando no hostilidad”, por la cultura.

“El actual Gobierno está recortando a lo bestia en lo que a la gente más le importa: la sanidad, la educación y la cultura”, ha afirmado hoy Javier Marías en una entrevista con Efe, minutos después de que presentara ante la prensa su libro Mala índole (Alfaguara), que reúne por primera vez los mejores cuentos del novelista.

La cultura “es la base de la educación de un país, no solo es la escuela”, y, dentro de esos recortes, Marías considera “especialmente grave” el hecho de que las bibliotecas públicas tengan “un presupuesto cero” para adquirir libros, en una época en la cual “la gente está yendo más que nunca” a estos centros porque “no tiene dinero para comprarse libros”.

“No van a poder seguir siendo bibliotecas vivas, y eso me parece de una gravedad inconmensurable”, asegura el autor de Corazón tan blanco, que expresará su “indignación” por este recorte en uno de sus artículos de El País Semanal, que se publicará próximamente.

Lo que no entiende el escritor es cómo, aparte de ese artículo suyo, “no ha habido otros ochenta más, diciendo: esto es inadmisible”.

Con los recortes -afirma-, el Gobierno conseguirá que “la gente sea cada vez más bruta”.

Esa forma de actuar, “emparenta al gobierno del PP una vez más con el franquismo”, subraya este escritor, que está considerado uno de los mejores novelistas europeos de las últimas décadas y cuya obra está traducida a más de cuarenta lenguas.

“Una de las cosas que caracterizó al franquismo, aparte de otras más graves, fue su absoluto desprecio, cuando no hostilidad, por la cultura en general y por quienes la cultivaban. Y no se puede ser hostil hacia la cultura, que es también el descanso y el consuelo de la gente atribulada”, ha opinado Marías.

El autor nunca ha querido tratarse con políticos, pero, “después de estos presupuestos”, invita “a los llamados creadores a que no admitan nunca la presencia de un solo político en ningún acto, al menos del partido que actualmente gobierna y que ha aplicado estos recortes en cultura”.

“Como a los políticos les gusta a veces asistir a ciertos actos para hacerse una foto o para quedar bien, yo les pediría a los creadores de cualquier campo que no lo admitieran porque es mentira todo. Siempre lo ha sido, pero ahora más todavía”, subraya.

“Que no les den la mano hasta que cambien de política”, añade el escritor, “particularmente indignado” dada “la modestia” de las bibliotecas frente a espectáculos como el cine, el teatro o la opera, que necesitan “mucho más dinero”.

El autor de Los enamoramientos, su última novela, se refirió también durante la entrevista a la creciente desconfianza que hay en los políticos, quizá porque “están en un camino absurdo, suicida”.

“Los ciudadanos somos los primeros interesados en que los políticos hagan bien su trabajo. Los políticos son necesarios, no deseamos en modo alguno que sean sustituidos por tecnócratas, multimillonarios, empresarios, demagogos populistas y, menos aún, por caudillos”, comenta el autor de Tu rostro mañana.

“No queremos eso en absoluto, pero es que están ustedes suicidándose, están saltando de balcón en balcón como hacen esos turistas descerebrados que al final se estampan contra el suelo”, agrega.

Marías cree que, “difícilmente”, los políticos sacarán al país de la crisis.

“Habrá que hacer lo que decía Cervantes: ‘paciencia y barajar’, en el sentido de que ya vendrán cartas mejores. Lo que pasa es que da la sensación de que empieza a estar secuestrada la baraja y que no tiene uno ya ni posibilidad de barajar”, concluye el escritor.

Efe, 9 de octubre de 2012

Presentación de ‘Mala índole’

La noticia en TVE

Javier Marías: “Quizá alguno de estos cuentos sea lo mejor que he escrito”

La última obra del escritor se llama Mala índole, una compilación de los relatos que que considera “aceptables” o “aceptados”

El escritor Javier Marías (Madrid, 1951) ha presentado esta mañana su último libro. Tras el éxito de Los Enamoramientos el escritor ha sorprendido con Mala índole, una recopilación de relatos, los que él considera “aceptables” o “aceptados”, alguno de ellos incluso “prehistórico”, escritos o publicados cuando era adolescente. No obstante asegura que de todos los reunidos en este volumen, hay cinco o seis que podrían ser “las mejores piezas de prosa de ficción” que ha escrito. Respecto al cambio de género literario, tras cuarenta años escribiendo novelas, artículos de opinión y ensayos, Marías ha reconocido que las novelas “tienen cosas muy latosas”, por lo que se ha decidido a publicar, en un solo volumen editado por Alfaguara, algunos cuentos.

En esta nueva obra, Mala índole, que toma el título de uno de los cuentos incluidos, hay algunos relatos hasta hoy inéditos, pero en todos ellos se presiente la muerte, o se cierne sobre los personajes un “desasosiego o el peligro” que puede desembocar en alguna muerte o suicidio. “Ahora que me lo preguntan en casi todo ellos aparece la tentación de hacer algo y la renuncia a hacer ese algo y las graves consecuencias que se acarrean”, ha explicado Javier Marías durante la presentación.

Marías, quien inició su carrera literaria hace 41 años con Los dominios del lobo, reconoce que la mayoría de los cuentos que ha escrito y publicado han sido de encargo, y que últimamente le encargan “pocos”, pero subraya que la evolución y los cambios de su prosa se atisban mejor en sus novelas que en sus cuentos, “donde no hay tantos cambios”, confiesa.

En las páginas de estos relatos y no microrrelatos (un género que dice “no soportar”) Javier Marías ha colado historias de fantasmas, asuntos de terror, o intrigas policíacas, e incluso algún personaje que se ha fugado después a novelas como Corazón tan blanco (Premio de la Crítica, Prix l’Oeil et la Lettre o IMPAC Dublin Literary Award).

Así, en Mala índole, los cuentos están distribuidos en dos partes: Cuentos aceptados y Cuentos aceptables. Los primeros incluyen “todos aquellos de los que no me avergüenzo”, precisa Marías, y los segundos, “aquellos de los que sí me avergüenzo un poco, pero no demasiado”.

Y cita los cuatro o cinco de los que se siente realmente orgulloso: Mientras ellas duermen, relato del que han comprado los derechos para convertir en una película; Todo mal vuelve; Cuando fui mortal; Lo que dijo el mayordomo o Mala índole.

“Dado lo poco que he frecuentado el noble arte del cuento en los últimos tiempos, es posible que ya no escriba más y que lo que aquí se ofrece acabe siendo la totalidad aceptada y aceptable de mi contribución al género”, alega Marías, pero anuncia que ya está escribiendo su nueva novela, gracias a uno de los personajes de estos cuentos.

En los relatos de Mala índole, hay médicos misteriosos, guardaespaldas, fantasmas, dobles, una aspirante a actriz porno, una mujer y un hombre asesinados por una lanza africana, un mayordomo neoyorquino encerrado en un ascensor, el adorador de una joven a la que filma sin cesar, una pareja mafiosa caída en desgracia, o un asesino a sueldo que trata de disuadir a quienes quieren contratarlo.

Preguntado por sus “cuentistas” de cabecera, Marías señala a Henry James; M.R. James, especialista en relatos de fantasmas; Anton Chejov; Guy de Maupassant o Chesterton.

El País, 9 de octubre de 2012

Europa Press
La Vanguardia